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Commissione UE: la finta novità di Moscovici

Una soluzione di compromesso: potrebbe sembrare logico definirlo così, il contraddittorio assetto degli incarichi economici all’interno della nuova Commissione europea presieduta da Jean-Claude Juncker. Ma sarebbe un errore.

Un vero compromesso, infatti, implica la volontà di giungere a un’autentica mediazione tra le diverse istanze, presupponendo inoltre, e ancora prima, che esse siano realmente diverse e che, nel prospettarle, i rispettivi fautori siano sinceri. Se invece questa intenzione non c’è, e il punto di partenza è il netto predominio di una singola tesi, allora si tratta solo di una messinscena. Allo scopo di fingere che la situazione sia molto più aperta di quello che è. Allo scopo di lasciare tutto più o meno così come sta.

Entriamo nel merito, allora. La carica di commissario agli Affari economici è andata al francese Pierre Moscovici, che fa parte del Partito (sedicente) socialista di Hollande e che in passato ha sostenuto la necessità degli investimenti pubblici come terapia anti crisi, anche a scapito di una rigorosa osservanza dei vincoli di bilancio previsti dai parametri europei. A prima vista, quindi, la sua nomina sembrerebbe andare nella direzione di una maggiore flessibilità, rispetto a quelle posizioni rigoriste che, essendo sostenute innanzitutto dalla potentissima Germania di Angela Merkel, hanno prevalso finora.

Purtroppo, però, si tratta appunto di un’impressione superficiale. Le procedure della Commissione sono state infatti modificate e la conseguenza è che, intorno a Moscovici, è stata allestita una specie di gabbia. Come ha spiegato il presidente Juncker, «Ho deciso di creare dei vicepresidenti incaricati dei progetti, che avranno una funzione di filtro tra il commissario e il presidente con potere di veto». Pertanto, «un commissario dipenderà dal sostegno di un vice presidente perché possa introdurre nel programma di lavoro della Commissione o nell’agenda del collegio dei commissari una nuova iniziativa». La sostanza, dunque, è che le “decisioni” del commissario Moscovici non decideranno un bel nulla, visto che dovranno ricevere un avallo preventivo del vice presidente con competenza sulle questioni economiche e che, in presenza di un contrasto fra loro due, la parola conclusiva spetterà allo stesso Juncker.

Ed eccoci al punto. Chi è il vicepresidente con cui dovrà vedersela Moscovici? È il finlandese Jyrki Katainen. Che avrà il compito di coordinare gli interventi economici in settori cruciali quali la crescita, l’occupazione, la competitività e gli investimenti, e che viene tranquillamente definito “un falco”, per la sua assoluta contrarietà a qualunque deroga agli accordi preesistenti. Uno di quei fanatici dell’integralismo finanziario che non ha alcuna sensibilità per le difficoltà altrui, ritenendole evidentemente una giusta – una sacrosanta – punizione per ciò che è stato fatto o non fatto. Ad esempio, come ha ricordato Il Fatto quotidiano mercoledì scorso, è colui che «nel luglio del 2011 ha chiesto il Partenone e alcune isole elleniche in cambio di una nuova tranche di aiuti alla Grecia, un’uscita che qualcuno considerò una boutade anche se ad Helsinki non rideva nessuno: “La Finlandia considera irrinunciabile la questione dei collaterali”, ovvero delle garanzie sui prestiti concessi, aveva detto senza battere ciglio, precisando che la Finlandia poteva accettare come garanzie anche beni immobiliari o partecipazioni azionarie in società di gestione immobiliare create dalla Grecia».

Il cosiddetto “filtro” di cui parla Juncker, che a sua volta rientra tra i sacerdoti (o i sagrestani) del rigore, è insomma un cerbero che ragiona, e latra, a senso unico. E non può essere certo un caso che Pierre Moscovici, nei giorni precedenti la sua nomina, abbia sentito il bisogno di precisare che «tutto deve essere fatto senza tralasciare il rigore di bilancio». E ancora, a metà tra un teorema adamantino e un enigma insolubile, «Non c'è crescita senza lotta all'indebitamento, ma non c'è diminuzione del debito senza crescita».

L’unica, blanda alternativa al vicolo cieco diventa così qualche forma di sostegno pubblico in ambito comunitario. «Bisogna rafforzare il ruolo della Banca europea per gli investimenti», ha dichiarato Moscovici. E come sempre la soluzione ottimale – ottimale per i popoli, mica per le banche – è quella che invece viene esclusa a priori, facendo di tutto per rimuoverla dalla memoria collettiva: il ritorno alla sovranità monetaria. La cura naturale dell’indebitamento è l’abbandono della moneta-debito. E al diavolo il quantitative easing in stile Federal Reserve, in tutte le sue possibili varianti – o travestimenti.    

Federico Zamboni

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