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Si fa presto a dire investimenti

Investire. È quello che, secondo Mario Draghi, dovrebbero fare i Paesi membri dell'Unione per uscire da una recessione che sembra non avere mai fine. Parole al vento quelle dell'ex Goldman Sachs che, ancora una volta, dimostra di essere dotato di una non indifferente faccia di bronzo. 

Sì, perché se le imprese private non investono la colpa è in primo luogo del presidente della Banca Centrale Europea che non ha condizionato gli enormi prestiti fatti alle banche a suo tempo, con l’LRTO, alla concessione di credito, appunto, alle imprese e alle famiglie. Una clausola che colui che per anni è stato l'uomo di riferimento della finanza anglofona in Europa si è ben guardato dal fare. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e si stanno facendo sentire anche in un Paese come la Germania che, a fronte di un enorme avanzo commerciale, vede la propria crescita economica rallentare vistosamente. 

Se la Germania non corre, anche il resto dell'Unione non può che risentirne. La locomotiva d'Europa non vuole addossarsi tutto il peso della crisi, anzi finora ci ha guadagnato parecchio, sia come economia nel suo complesso che come sistema bancario. E la Merkel ha reagito freddamente quando i fratelli poveri dell'Unione hanno chiesto che la Germania riducesse il proprio surplus commerciale. Ma non siamo in un libero mercato? Schierandosi ancora una volta con la Commissione europea, Draghi ha sostenuto la necessità e l'obbligo per i Paesi dell’area di attivarsi per raggiungere gli obiettivi di bilancio prefissati da Bruxelles, l'azzeramento del disavanzo e la diminuzione del debito pubblico. Due obiettivi che in questa fase sono chiaramente un miraggio tenuto conto del drastico calo delle entrate fiscali e contributive che certo non aiutano a sostenere il riequilibrio dei conti. Finora la Commissione europea uscente e i Paesi “virtuosi” dell'Unione (Germania, Olanda e Finlandia, ma è Berlino ad avere l'ultima parola) hanno fatto orecchie da mercante alla richiesta dei Paesi “cicale”, Italia in testa (con un debito pubblico al 135% del Pil) di ottenere deroghe alle politiche di austerità. 

Per rilanciare l'economia ci vuole un grande piano europeo di opere pubbliche, ha sostenuto Renzi, e con lui altri capi di governo europei. Opere il cui importo non dovrà essere conteggiato nel debito e nel disavanzo pubblici. Opere che, nell'ottica keynesiana, funzionino da volano per altri investimenti e da moltiplicatore per il reddito complessivo, dando lavoro a tante imprese piccole e grandi. Un New Deal all'europea come quello che Roosevelt avviò nel 1933, all'inizio della sua presidenza, per salvare gli Usa dagli effetti della Grande Depressione nata in seguito al crollo di Wall Street nel 1929, innescato da una politica monetaria sciagurata all'insegna dei bassi tassi di interesse e di una enorme liquidità in circolazione che consentì alle Banche ed anche ai semplici cittadini di speculare in Borsa allo scoperto con i risultati ben conosciuti. 

Uno scenario che oggi si ripete in America come in Europa con la non piccola differenza che ad esplodere di liquidità a buon mercato sono soltanto i forzieri delle Banche. 

Peraltro, tenendo conto dell'esperienza del passato, che un politico italiano parli di opere pubbliche in quei termini suona come una presa in giro considerati i tempi interminabili necessari in Italia per completarle. Una realtà che è ben conosciuta a Berlino come negli uffici dei tecnocrati di Bruxelles. Peraltro c'è da ricordare, anche se pochi lo fanno - e i libri di storia lo ignorano - che il New Deal non salvò gli Usa dalla crisi. Nel dicembre 1941 quando gli Usa entrarono in guerra dopo l'attacco giapponese a Pearl Harbour, i disoccupati erano in numero maggiore che nel 1933. Gli Usa si rimisero in piedi soltanto grazie ad una economia di guerra. Una realtà da tenere presente oggi che i guerrafondai occidentali premono il pedale sull'acceleratore degli interventi militari “umanitari” o presunti tali.

Irene Sabeni

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