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Ballarò. Talkshow. Ahò

Stasera ricomincia Ballarò, nella “nuova gestione” di Massimo Giannini. A proposito: nuova gestione di un negozio autonomo o di un esercizio in franchising?

Non prendetela come una battuta. I più si limitano a guardare quello che è esibito in vetrina, con l’eccitante consuetudine del rinnovo settimanale della merce esposta – e con l’andirivieni dei manichini che la ostentano. Invece di lasciarsi attrarre/soggiogare da ciò che viene mostrato dovrebbero interrogarsi sul perché. Anzi sui perché, al plurale. Che cosa stanno cercando, loro che si ostinano a baloccarsi davanti al teleschermo? Che cosa stanno vendendo, davvero, quelli che allestiscono il tutto?

L’ex vicedirettore di Repubblica promette di fare «buon giornalismo», ma prima di proseguire con le domande sulla riorganizzazione del programma bisognerebbe chiarirsi su cosa si intenda con questa formula, o formuletta. Viceversa, e come accade di solito, l’intervistatore di turno (Sebastiano Messina, anch’egli di Repubblica) non avverte alcuna necessità di approfondire. Nessuna esigenza di chiedere che cosa si intenda, con quell’espressione che punta tutto sull’aggettivo e confida, in tal modo, di restituire totale credibilità al sostantivo.

Il vero problema, infatti, è che con l’andare degli anni il giornalismo a più larga diffusione si è talmente intrecciato con le oligarchie politiche ed economiche da appiattirsi sul pensiero unico dominante, perdendo così ogni residua indipendenza di giudizio. Non è solo una questione di malafede deliberata e di asservimento obbligato, che pure sono le fatali conseguenze di un’editoria che non è in grado di reggersi sulle vendite e che, perciò, può sopravvivere solo se a farsi carico delle perdite ci sono dei potentati industriali o finanziari, come attestano gli assetti proprietari di quasi tutti i principali quotidiani, dal Corriere a Repubblica, e dalla Stampa al Giornale. La patologia è persino più grave. Un’infezione che azzera le capacità di osservare la realtà in maniera radicalmente diversa da quella corrente, tornando a metterne in discussione non solo gli aspetti operativi ma le premesse e le finalità.

In questa situazione – in questa distorsione, sempre più attorcigliata su sé stessa – la censura diventa superflua, essendo sostituita dall’autocensura. Che discende a sua volta dall’omologazione. Il giornalismo mainstream rinuncia a priori ad andare al fondo dei fenomeni in atto e si riduce a cronaca del potere. Una sorta di “tutto il calcio minuto per minuto” in cui si riferiscono minuziosamente gli avvenimenti, nonché i relativi cascami sul filo del gossip e le miriadi di pseudo notizie che non hanno un effettivo fondamento ma che sono utilissime per richiamare l’attenzione e tenere alto il coinvolgimento emotivo. Quanto alla logica generale, che è quella del business imperniato sulla mercificazione a 360 gradi e che, non a caso, accomuna sia lo sport professionistico che la società nel suo insieme, un silenzio pressoché assoluto.

Il limite insormontabile di Ballarò, e dei tanti altri talkshow che infestano i palinsesti televisivi, è in questo vizio genetico. È nell’inscriversi in una prospettiva a senso unico, dove si discute all’infinito dei dettagli e dove, però, si omette completamente di alzare il tiro fino a identificare le vere cause. Le vere responsabilità. I veri centri di interesse che plasmano il mondo a proprio vantaggio, e sono disposti a qualsiasi arbitrio pur di riuscirci.

Questa sera, per cominciare in bellezza, l’ospite principale di Massimo Giannini sarà Romano Prodi. Non avete già l’acquolina in bocca, immaginando le sue illuminanti riflessioni?

Federico Zamboni

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