Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Che baruffa, tra la Cgil e il “signorino Thatcher"

Torna un superclassico della politica, a latere delle discussioni sull’articolo 18: le accuse reciproche tra i contendenti, o presunti tali, che si rimpallano la responsabilità di questo o quel disastro. Detto più sinteticamente, e brutalmente, il vecchio gioco dello scaricabarile.

Ad aprire il fuoco, si fa per dire, è stata la Cgil. Che venerdì scorso, per bocca del suo segretario nazionale Susanna Camusso, ha accusato Renzi di avere «un po' troppo in mente il modello della Thatcher», ovverosia l’idea «che è la riduzione dei diritti dei lavoratori lo strumento che permette di competere». Il presidente del Consiglio ha replicato prontamente, e secondo copione lo ha fatto nel modo che gli è servito ad accreditarsi come il Rottamatore per antonomasia: da un lato ha magnificato sé stesso (il nuovo che avanza), dall’altro ha screditato l’avversario di turno (il passato, logoro, che non vuole togliersi di mezzo).

Lui è il paladino che si batte per risolvere  «i problemi concreti della gente», che nel caso specifico sarebbero quelli dei lavoratori, soprattutto giovani, che sono rimasti imprigionati nelle mille ragnatele del precariato. La Cgil, e chiunque ne condivida le critiche al governo in carica, è invece il difensore di antichi e insopportabili privilegi, in nome di vetuste/ingiuste/anguste «battaglie ideologiche». Che peraltro – ed è il passaggio più interessante, di questa querelle che rientra alla perfezione nel consueto gioco delle parti all’interno del centrosinistra, coi massimalismi di facciata che si dissolvono puntualmente di fronte alle scelte concrete, in una sorta di “neoliberismo addolorato” – sono smentite da una sostanziale acquiescenza ai cambiamenti sopravvenuti negli ultimi anni all’interno del mercato del lavoro, per effetto delle novità normative introdotte via via e incardinate sulla famigerata Legge 30 del 2003, altrimenti nota come Legge Biagi. Chiede Renzi: «dove eravate in questi anni, quando si è prodotta la più grande ingiustizia che ha l'Italia?».

La domanda è stuzzicante. E sarebbe anche legittima, se arrivasse da qualcuno con le carte in regola per eccepire sull’altrui incoerenza: non c’è dubbio che nel loro complesso i principali sindacati, ivi inclusa la Cgil, abbiano assecondato le trasformazioni/degenerazioni che ci hanno portati alla situazione odierna, ma la stessa identica cosa si può affermare a carico del Pd, in quanto erede dei partiti, e dei rassemblement elettorali, che lo hanno preceduto lungo i due decenni della Seconda repubblica. Il filo conduttore delle loro innumerevoli giravolte tattiche, tanto contraddittorie all’apparenza quanto lucide nella sostanza, è quello di un tradimento sistematico dei principi originari: invece di continuare a lottare contro le oligarchie dei super ricchi, aggiornando le critiche al capitalismo e mettendo nel mirino l’intera economia finanziaria, hanno preferito adagiarsi su un atteggiamento collaborativo e “responsabile”. Come se tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito e dalla capacità di incidere sulle scelte legislative e di governo, fossero accomunati dalle medesime sfide e potessero trarre uguale giovamento dall’adeguarsi alle pressioni della competizione globale.

La grande menzogna è questa. Il resto, dalle dichiarazioni di principio alle battaglie occasionali, è pura messinscena. La domandina provocatoria di Renzi, «dove eravate in questi anni, quando si è prodotta la più grande ingiustizia che ha l'Italia?», va estesa alla generalità dei partiti, delle “parti sociali”, dei media mainstream, degli elettori che per convenienza o per stupidità hanno abboccato alle loro esche. E la risposta è facilissima: erano là dove ci si spartiva il potere, o dove si sperava di raccoglierne almeno qualche briciola.

Federico Zamboni

I nostri Editori

È inutile, siamo spacciati

Tanto rumore per nulla: il Regno Unito resta tale