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Che fare? Un dibattito da seguire

Sul giornale si è innescato un intenso dibattito, tra i lettori, suscitato dall’articolo “È inutile, siamo spacciati”, nel quale ci chiedevamo quale senso avesse continuare a cercare di comunicare “ai sordi”.

Il tutto si è spostato, come era facile prevedere, sul “che fare”, con una traccia che si dipana, a quanto leggiamo al momento, su due binari. 

Il primo è relativo al fatto di sperare o meno che tutto quanto facciamo - noi tutti - possa essere utile a livello generale oppure unicamente (il che non sarebbe comunque poco) a noi stessi. In altre parole se sia una vana speranza pensare di poter incidere in qualche modo sulle menti atrofizzate della grande maggioranza delle persone che abbiamo intorno oppure mirare, quanto meno, a una propria depurazione personale al fine di attraversare il guado di civiltà che ci è toccato in sorte di vivere in questi anni.

Il secondo è relativo invece alla possibilità, ventilata da molti (e da tempo, e in tante circostanze) di dichiarare la battaglia generale persa per sempre e dunque cercare o meno un altro luogo dove vivere.

Sono argomenti molto più importanti, molto più prossimi di quanto a prima vista si potrebbe immaginare, perché ne va della nostra esistenza stessa, della nostra serenità nello stare al mondo. Tutti i giorni.

Un nostro lettore storico, Bruno Di Prisco, tra gli altri, ha pubblicato un lungo commento di cui riportiamo uno stralcio. Ha il beneficio, almeno così lo sentiamo a livello personale, di rasserenare almeno un po’ il disagio che viviamo nel muoverci dentro i labirinti inutili della comunicazione di massa.

Riguarda il “cosa aspettarci”:

In un tempo assai breve succederanno molte cose, e le coscienze dubito rimarranno immutate. Io non credo che molti di noi siano ora quelli che erano all'inizio del caos. Né che non cambieremo idee, opinioni, punto di vista, ulteriormente. Gli eventi hanno portato molti - forse pochi in percentuale, ma un gruppo folto di per sé - a mutare visione di parecchie decine di gradi, e a capire che ogni nuova interpretazione è una tappa, e che la meta non si raggiunge mai.

Io non direi che siamo spacciati, direi che il mondo che esisteva fino a dieci anni fa è spacciato, e non mi riferisco al tipo di società, il che sarebbe ovvio, ma al modo di concepire la società come qualcosa di stabile, sicuro, a cui si dà e da cui si è protetti. Qualsiasi assetto verrà messo in piedi, non recupererà quella fiducia in breve: troppo dolore, troppi lutti, troppo livore, e troppo rancore. Troppa sete di giustizia di chi è stato umiliato e offeso. Difficile scordare, forse inopportuno. Bene o male? Che dire, talvolta l'arrivo dei barbari è la miglior cosa che può capitare. Chi sopravvive diventa più cattivo, più sospettoso, più duro, più incline a porsi domande, meno mansueto e, quindi, più intelligente. Il dopo potrebbe esser anche meglio del prima.

Soprattutto se il prima puzzava di morte già da un pezzo.

È uno spunto notevole. Queste parole sortiscono un effetto non da poco, e parliamo a livello personale: eliminano paura. Almeno un po’. 

È vero: “il prima puzzava di morte già da un pezzo”. E un dopo in cui saremo più cattivi, più sospettosi, più duri e più inclini a porci domande sarà sicuramente meglio di adesso. Perché stiamo fatalmente ritornando a essere più vigili, più presenti, meno proni a lasciarci inondare dai veleni di vario tipo attraverso i quali questa società, fino a ora, ci ha portato allo stato di zombie nel quale siamo.

L’operazione riuscirà su pochi elementi, c’è da giurarci, ma sentire di poter essere attorniati da questi “nuovi elementi”, da questi “uomini nuovi”, rende meno ansiosa l’aspettativa di quel poi, e in fin dei conti anche il percorso attuale per raggiungerlo.

Ci auguriamo che lo scambio di idee continui ad andare avanti, su questo tema. Perché qui, sul giornale, non molleremo certo l’attenzione all’argomento. 

Intanto, potete seguire il tutto da qui, in basso nei commenti, e intervenire, naturalmente: è una bella comunità, questa. Per fortuna.

(vlm)

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