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De Bortoli vs Renzi: ma la massoneria non c’entra

È davvero così eclatante, l’editoriale contro Matteo Renzi pubblicato ieri dal Corriere e firmato dal suo direttore (ormai a termine, visto che lascerà il posto la prossima primavera) Ferruccio De Bortoli? Sì e no.

Sì, nel quadro dei rapporti tra le diverse cordate che un po’ si spartiscono, e un po’ si contendono, l’esercizio del potere economico e politico in Italia, sia pure nei limiti di una sovranità nazionale enormemente compressa dai vincoli, e dai diktat, internazionali. Sì, ma senza sopravvalutarlo troppo e stando attenti a non confondere quell’accenno di maretta con una vera tempesta. E invece no, nella maniera più assoluta, riguardo alle scelte strategiche portate avanti dal presidente del Consiglio e dal suo governo inzeppato di ligi portavoce travestiti da ministri. A proposito: più che un esecutivo, nel senso istituzionale, quello che si trova oggi a Palazzo Chigi è un team di esecutori, in termini aziendali. Allineati e coperti, sperando che basti a guadagnarsi il rinnovo del contratto e magari un bonus straordinario, se le cose andranno come la mission richiede. E come Washington esige.

Quale sia la chiave dell’articolo, d’altronde, lo si capisce già nelle prime righe: «Devo essere sincero: Renzi non mi convince. Non tanto per le idee e il coraggio: apprezzabili, specie in materia di lavoro. Quanto per come gestisce il potere». Appunto: ciò che turba De Bortoli non è il progetto complessivo del premier, ma il suo stile di comando e di comunicazione. Ossia, andando al di là della superficie, il suo modo di porsi rispetto alle oligarchie preesistenti, abituate alle rendite di posizione e ora assai preoccupate dalla possibilità, incombente, di finire travolte dal rinnovamento/restyling del “sistema Italia”.

Il passaggio che ha fatto rumore lo si trova molto più avanti. E suona così: «E qui [il fatto che il Pd tenda a diventare un partito personale alla Berlusconi] sorge l’interrogativo più spinoso. Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria. Auguriamo a Renzi di farcela e di correggere in corsa i propri errori. Non può fallire perché falliremmo anche noi».

Ciò che ha fatto drizzare le orecchie è il richiamo alla massoneria. In effetti, però, la sollecitazione non si concentra sulla sostanza del patto, bensì sull’alone di ambiguità che lo circonda. De Bortoli – figurarsi – non sta affatto sostenendo, o anche solo ipotizzando, che tra Renzi e Berlusconi vi sia un legame propriamente massonico, ma si sta lamentando di un’intesa che si è sviluppata al di fuori dei consueti canali diplomatici. Il problema non sono le ricadute dell’accordo sulla popolazione. Il nodo, in questa querelle che per quanto avvelenata resta a scartamento ridotto, è il riassetto delle relazioni all’interno dell’establishment italiano.

Una fase di turbolenza che non si chiuderà a breve e che affastellerà molti altri episodi, vuoi sotto forma di segnali in codice, come in questo caso, vuoi di veri e propri scontri. Sempre ieri, ad esempio, è arrivata la replica, gelida, di Sergio Marchionne. Benché la Fiat sia di gran lunga il maggiore azionista di Rcs, seppure a fronte di un capitale parecchio frammentato e con una quota che dal giugno scorso ammonta al 16,73 per cento, l’ad ha risposto a chi gli chiedeva un parere sulla sortita di De Bortoli con uno sprezzante «Normalmente non lo leggo». Viceversa – e come dubitarne, specie in questi giorni di attacchi frontali all’articolo 18 e ai sindacati – ha molto lodato Renzi, che «parla del futuro per la prima volta» e che «sta cambiando il sistema, con freschezza nelle nuove idee».

Tra manager della medesima pasta, evidentemente, se la intendono benissimo.

Federico Zamboni

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