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I talk show al capolinea. E Santoro si sfila

Il genere non tira più – tra eccesso di offerta e crollo degli ascolti – e Michele Santoro annuncia in una lettera aperta che quella appena iniziata sarà l’ultima stagione di Servizio pubblico. Non già perché lui voglia uscire di scena, ma perché ha «sempre sentito la necessità di battere strade nuove». E allora, di fronte alle crescenti difficoltà di questo format, che appunto in quanto tale ha tra i suoi vizi oramai insormontabili quello di essersi ridotto a una formula prefissata, e quindi ripetitiva, e quindi prevedile fino alla noia, l’unica possibile alternativa è uscire dal flusso.

Santoro non è certamente privo di difetti, a cominciare da una cospicua dose di cinismo dissimulata dietro le apparenze del paladino senza macchia e senza paura, ma di sicuro non è uno che si siede sugli allori. Sapendo benissimo che tutto si usura, specialmente in ambito televisivo e andando in onda a getto continuo, settimana dopo settimana e anno dopo anno, sa anche che bisogna trovare il modo di tenere alta l’attenzione degli spettatori. Bisogna sforzarsi, per riuscirci. Bisogna avere della trasmissione un’idea complessiva, per cui non basta essere dei bravi conduttori e ci si deve innalzare, ammesso che se ne sia capaci, al rango di artefici e responsabili dell’intero prodotto.

Il primo limite dei talk show in circolazione è proprio questo. Essendo dei programmi editi da questa o quella rete, ossia da questa o quella fazione editoriale-politica-economica, sono imbrigliati a priori all’interno di una fitta trama di condizionamenti. Che per quanto impliciti rimangono vincolanti. E che, del resto, si aggiungono al vincolo generale su cui poggia il sistema mediatico del mainstream: mantenere bassi, nel pubblico e dunque nella cittadinanza, i livelli di autentica consapevolezza, simulando la ricerca della verità e deviando invece su percorsi di finta conoscenza la richiesta di informazione giornalistica.

L’inganno è nelle premesse, che equivalgono a delle promesse, illusorie, e che generano delle aspettative infondate. Lo stesso Santoro si riferisce ai talk show definendoli «trasmissioni d’approfondimento», e quindi dando per scontato che lo siano o che aspirino a esserlo, ma il termine “approfondimento” è quanto mai fuorviante. Ciò che suggerisce è che ci si muoverà in verticale, penetrando oltre la superficie per giungere al cuore dei problemi e comprenderne appieno le cause e le dinamiche, mentre in effetti lo si farà in orizzontale, varcando il casello di ingresso delle autostrade del Pensiero unico e obbligando i viaggiatori a vedere solo ed esclusivamente ciò che si trova lungo quei tracciati.

La contraddizione fondamentale e imprescindibile è qui: chi dovrebbe smascherare i disegni oscuri del potere è finanziato, direttamente o indirettamente, da chi quel potere lo detiene. Quand’anche non si tratti di una vera e propria corruzione, da pennivendoli o da, per dirlo in maniera aggiornata, “microfonovendoli”, il risultato non cambia, visto che a essere esclusa a priori è una vera diversità di approccio e di interpretazione critica. Il succitato e ipotetico “approfondimento” si risolve perciò in un ampliamento, e in una amplificazione, delle tesi dominanti, che al di là dei dissidi tra i singoli centri di interesse sono accomunate da principi e obiettivi condivisi.

Così come per i tg, e per il resto dell’industria delle news, l’unico uso proficuo dei talk show consiste nel seguirli a mente fredda, senza abboccare alla tentazione di prendere le parti dell’uno o dell’altro dei contendenti piazzati sotto le luci della ribalta. Venuto meno il coinvolgimento emotivo, che un po’ alimenta la tendenza alle opposte tifoserie e un po’ ne è alimentato, diverrà finalmente chiaro che da lì si possono derivare solo ulteriori aspetti della mistificazione in corso. Aspetti, per così dire, di secondo livello, ma che rientrano nella medesima logica.

Le analisi, viceversa, vanno cercate e costruite altrove. Al posto dello show accattivante, la riflessione impegnativa e persino faticosa. Al posto degli studi televisivi, che in realtà sono dei set, lo studio in senso culturale.    

Federico Zamboni   

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