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Articolo 18: una storia in cui perdono tutti

Non c'è praticamente niente che non si sia detto dell'articolo 18. Parte integrante dello "Statuto dei lavoratori", amato (almeno a parole) dai sindacati e odiato dalle aziende, è passato dal rappresentare l'ultimo baluardo contro il libero arbitrio delle imprese a essere considerato una norma gravida di differenziazioni e ingiustizie sociali.

Ma andiamo con ordine. L'articolo recita: «Il giudice, con la sentenza con la quale dichiara la nullità del licenziamento perché discriminatorio [...], ovvero intimato in concomitanza col matrimonio [...], o in violazione dei divieti di licenziamento [...] in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, [...] ovvero perché riconducibile ad altri casi di nullità previsti dalla legge o determinato da un motivo illecito [...], ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, indipendentemente dal motivo formalmente addotto e quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro» e poi segue con una serie di condanne, dal pagamento dell'indennità come risarcimento a quello dei contributi, con pene per mancanza di giustificato motivo soggettivo o giusta causa solo per imprese con più di 15 lavoratori (5 se si parla di imprese agricole).

Insomma, se ad esempio un datore di lavoro licenzia in favore di un parente o di una segretaria più giovane e attraente, perché i dipendenti sono iscritti a un sindacato o peggio ancora non vogliono proprio piegarsi ai cambi unilaterali di contratto e così via, non c'è nessuno che potrà dargli ragione.

Il ragionamento si inceppa quando il Governo decide di cambiare strada, anzi di fare della modifica dell'articolo 18 un vero e proprio obiettivo per, dice, "far ripartire l'Italia". 

E allora, facciamo finta che sia vero, che l'Italia possa "ripartire" con questa norma, intendendo con questo termine il ritorno a un passato di (sovra)produzione e "benessere" economico in cui ancora esisteva una classe media degna di questo nome. Facciamo finta e tiriamo due somme. Cosa significa la modifica dell'articolo 18 per lavoratori e imprese?  Ogni anno in Italia su 40mila casi ci sono circa 3000 reintegri a tenore dell'articolo in questione, quindi presumibilmente quelle 3000 persone non verrebbero più riassunte e andrebbero di anno in anno a ingrossare le file della disoccupazione. Poche, secondo il ragionamento di chi l'art.18 vorrebbe abolirlo- senza considerare che tali sentenze fanno sicuramente da deterrente per la cattiva condotta dei datori di lavoro che in loro assenza si sentirebbero senz'altro molto più liberi di poter licenziare "senza giusta causa". Così però, si dice, si sentirebbero allo stesso modo liberi di assumere senza che questo significhi per loro restare legati per sempre al dipendente, anche quando non serva più e diventi un costo inutile. Ma, allora, ad averlo o no, quel "contratto", non cambia nulla: il lavoro diventa una semplice merce, un costo da aggiungere al business plan, cercando di tenerlo il più basso possibile aumentandone però la produttività. A quel punto saremo tutti uguali, dipendenti e partite iva, spazzini e dottori, tutti pedine dello stesso scacchiere - ancora di più di quanto non lo siamo già. 

Certo è che in Italia già ci sono forti disparità anche tra chi un contratto ce l'ha e chi no, ma la responsabilità non è dell'articolo 18. Piuttosto, sarebbe forse utile cancellare tutte le forme contrattuali e non, che, aggirandolo, hanno sì creato disparità tra lavoratori "vecchi" e "giovani", stabili e precari, assunti o meno. In ogni caso sono considerazioni che lasciano il tempo che trovano, e che distolgono l'attenzione dalle reali disuguaglianze di questo Paese - anzi, di questo mondo. 

Spostare lo sguardo dalle ingiustizie sociali ed economiche cui il mercato e la politica ci costringono, con il 50% della ricchezza concentrata nelle mani del 10% della popolazione, alle ineguaglianze di trattamento tra lavoratori - per di più colpevolmente provocate - può avere il solo scopo di creare l'ennesima illusione: che sia giusto togliere a tutti quelle tutele. E questo senza entrare nel merito delle singole norme, e di quelle questioni che invece avrebbero richiesto interventi per evitare l'invidia sociale che oggi rende ogni considerazione sulle assunzioni una "guerra tra poveri", tra dipendenti pubblici e privati, più o meno garantiti sul lavoro, o, peggio ancora, tra chi percepisce da anni una baby pensione e chi non ne avrà mai una.

Ma non finisce qui. Anche le aziende hanno tutto da perdere dalla concentrazione degli sforzi del Governo sullo Statuto dei lavoratori. O meglio, quelle che hanno da perdere sono le piccole e medie aziende, quelle che per tradizione sono l'ossatura portante dell'economia italiana e che questa crisi sta spazzando via.

Lasciando stare quelle non interessate dall'articolo 18 perché sotto la soglia dei 15 (o 5) dipendenti, nelle altre la perdita della stabilità nel lavoro è in realtà deleteria. I lavoratori d'esperienza, capaci di capire e intervenire nelle emergenze e comprendere i meccanismi e i flussi di lavoro della singola impresa non si trovano facilmente: solo laddove il lavoratore è un numero, il lavoro è molto poco specializzato e l'errore facilmente assimilabile la facilità al licenziamento è davvero conveniente, anche a livello economico, per l'impresa. In sostanza stiamo parlando di colossi dell'industria, di gruppi di produzione, di grosse multinazionali che, se non bastassero i meccanismi del mercato, non hanno che da guadagnare dalle difficoltà delle piccole imprese - spesso d'eccellenza - disseminate sul territorio italiano ma purtroppo più impegnate a cercare di far concorrenza alle merci straniere che a valorizzare il proprio lavoro. C'è da domandarsi se non sarebbe più adatta alle esigenze della piccola e media impresa italiana una discussione sulla pressione fiscale oltre che, dall'altra parte, sull'evasione fiscale.

Infine, non si può considerare vitale per la ripresa occupazionale una norma che mina le fondamenta dei rapporti tra dipendenti e impresa. Si apre così la strada al ricatto, alla rappresaglia e, in sintesi, a una forma di schiavitù sottile e maligna: quella dell'assunzione al ribasso. 

Fermo restando che la crisi strutturale ha ormai creato schiere di lavoratori più o meno specializzati di tutte le età disposti a mettere sotto le scarpe qualsiasi pretesa di tutela e reddito pur di portare a casa qualche soldo - perché non si ha alcuna libertà di scelta se non si mangia - nulla vieta che si assumano quelli più disperati, e sempre con la spada di Damocle del licenziamento tra le mani. Torna in mente una frase tristemente celebre: "è il libero mercato, e tu ne fai parte!"*.

Sara Santolini 

*dal film "Wall Street", 1987, diretto da Oliver Stone

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