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Idioti sì, ma per beneficenza

Il catalogo è ampio, la logica è la stessa.

Il catalogo, potenzialmente infinito, va dai classici come Telethon e le varie “partite del cuore” fino alla recente, e perdurante, “Ice Bucket Challenge”. La logica, che è subdola di per sé e che lo rimane al di là delle intenzioni degli stessi organizzatori e partecipanti, è quella tipica della pubblicità commerciale, e più in particolare degli spot radiotelevisivi, per cui si promuove un qualsiasi prodotto accoppiandolo a qualcosa di accattivante: la simpatia suscitata da questo secondo elemento – vuoi che si stia ricorrendo a un testimonial già noto, vuoi a una scenetta confezionata ad hoc, per non parlare delle suggestioni sul filo dell’inconscio – si riverbera su ciò che si vuole vendere. Facendo sì che o prima o poi i due messaggi, quando l’abbinamento è efficace, si intreccino in via definitiva, diventando un tutt’uno.

Un vero e proprio trucco, in pratica. Una manipolazione in piena regola, che in passato si sarebbe giustamente sintetizzata nel verbo abbindolare ma che oggi si assolve a priori tramite la dicitura riassuntiva delle tecniche di marketing, la cui essenza truffaldina resta immutata sia che si tratti di beni di consumo, sia che ci si indirizzi alle iniziative benefiche. O sedicenti tali.

Anzi: in quest’ultimo caso la dinamica diventa, se possibile, ancora più insidiosa. E, quindi, ancora più deprecabile. Mentre i fautori dello “spot a fin di bene” imperniano il giudizio esclusivamente sul risultato ottenuto, vedi i quasi cento milioni di dollari incassati finora attraverso la succitata Ice Bucket Challenge, la valutazione andrebbe estesa al fenomeno nel suo insieme. Oltre alle conseguenze evidenti, infatti, ce ne sono altre che tendono a sfuggire. Conseguenze determinate dai messaggi impliciti, e di fatto occulti, racchiusi in questo genere di operazioni. Conseguenze che vanno, manco a dirlo, in senso opposto a quella crescita di consapevolezza e di sensibilità sociale che, in teoria, dovrebbe accompagnare le singole iniziative di questo genere, manifestandosi attraverso le sottoscrizioni in denaro ma, allo stesso tempo, trascendendole.  

Cominciamo proprio da qui. Dalla richiesta di inviare dei soldi per dimostrare concretamente che si condivide la finalità di turno. In effetti questo primo avverbio, “concretamente”, andrebbe sostituito, o almeno affiancato, da un secondo: transitoriamente. L’ipotetica adesione di natura ideale, attestata dal versamento di una certa quantità di quattrini (sia pure assai limitata, con il metodo delle telefonate/sms da pochissimi euro), non è quasi mai l’avvio di un impegno costante, ma resta un’elemosina occasionale. La si fa, la si assapora, la si archivia come un gesto isolato. Senza rendersi conto, peraltro, che dietro il momentaneo ossequio alla bontà individuale, e collettiva, e mediatica, si staglia la consueta celebrazione del denaro come misura del successo.

L’altro messaggio fuorviante, se non si fosse già capito, è che il divertimento costituisce un valore in sé stesso. Non ha la minima importanza che sia intelligente, come una comica di Charlot, oppure idiota, come lo è appunto la “Sfida del secchio ghiacciato”. E come lo sono le innumerevoli varianti del gossip e delle ulteriori stupidaggini che, via web, diventano rapidamente “virali”. La sola cosa che conta è che attirino l’attenzione e che servano, soddisfacendo anche solo per qualche istante il bisogno spasmodico di svago, a distrarsi dalle ansie, purtroppo ben più persistenti, della società circostante.

Yes. Da un lato l’apoteosi del denaro, dall’altro l’assuefazione ai trastulli. Nello stesso momento in cui si raccoglie il primo, si semina la seconda.

Veniamo chiamati a preoccuparci delle cure per la Sla, o per i tumori, o per la fibrosi cistica, o per qualunque altra affezione più o meno grave. Veniamo indotti a non occuparci affatto di curare la stupidità che ci infetta.

Federico Zamboni

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Rassegna stampa di ieri (1/9/2014)