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Poteri forti? No: fortissimi

Reduce dagli USA, dove manco a dirlo è stato molto apprezzato (da bravo ufficialetto sollecito e promettente, in visita al quartier generale), Matteo Renzi ha rilasciato un’intervista a Repubblica ed è tornato a ribadire la sua totale indipendenza dai “poteri forti”. Che a sentire lui vorrebbero fermarlo per impedirgli di rinnovare profondamente l’Italia, ma ai quali egli, ça va sans dire, non si arrenderà né ora né mai.

In effetti lo aveva già riaffermato appena pochissimi giorni fa, a New York. Laggiù, però, si era trattato solo di un accenno («siamo pronti sfidare i poteri forti»)  condito con l’ennesima battutina appariscente e superficiale, da presentatore tv che chiacchiera senza posa e utilizza i riferimenti culturali a orecchio («più dei poteri forti, io temo i pensieri deboli»). Nel lungo colloquio pubblicato domenica, invece, il presidente del Consiglio ha aggiunto qualcosa di più, “spiegando” che «i poteri forti o presunti tali sono quelli che in questi vent'anni hanno assistito silenziosi o complici alla perdita di competitività dell'Italia».

Chiarimento sufficiente? Nemmeno un po’. La formula era fumosa prima e fumosa rimane. In mancanza di indicazioni dettagliate e inequivocabili, con almeno un inizio di elenco che specifichi l’identità di coloro i quali appartengono alla categoria, la denuncia vale zero. E si riduce ad agitare uno spauracchio di comodo, tipo il babau delle fiabe.

Se lo facesse qualcun altro, nella prospettiva di un rifiuto generale del sistema di potere USA-centrico che oggi domina l’Occidente, lo si taccerebbe subito di complottismo, accusandolo di puntare il dito su entità talmente imprecisate da equivalere a dei fantasmi. Viceversa, all’interno della vulgata corrente, col suo tacito impegno ad assecondare le interpretazioni conformiste e il torpore generale, la stessa vaghezza viene accettata senza batter ciglio.

Chi sono esattamente i poteri forti? Non importa. L’importante è poterli evocare ogni volta che serve. E siccome ci si guarda bene dall’indicare chi rientra nel novero, ecco il vantaggio supplementare di non dover chiarire perché altri ne siano stati esclusi.

Sono artifici ben noti, a chi non si sia dimenticato di quell’architrave della manipolazione collettiva che è la guerra delle parole. La guerra delle parole che, guarda caso, assomiglia molto all’approccio bellico preferito dagli USA: delle aggressioni unilaterali che vengono travestite da interventi super partes e che sono condotte a suon di bombardamenti, sottraendosi ai rischi di un conflitto a viso aperto e combattuto sul campo. Uno scontro vigliacco e quanto mai asimmetrico, imperniato su uno squilibrio enorme e permanente delle forze a disposizione, e acuito dal fatto che il nemico, essendo inchiodato sul proprio territorio, non potrà contrattaccare all’interno dei confini statunitensi. Se non con azioni isolate e paramilitari, prontamente bollate come atti terroristici.

La guerra delle parole riproduce tutto questo in chiave mediatica. E uno dei suoi obiettivi fondamentali, su cui il Ribelle insiste da sempre, è nascondere gli interessi oligarchici del mondo finanziario dietro le apparenze di una serie di trasformazioni spontanee e ineluttabili, condensate nel termine onnicomprensivo “globalizzazione”. A questa offensiva generale (“globale”, appunto) si affiancano innumerevoli episodi specifici, a seconda delle situazioni locali. Qui in Italia, com’è noto, il concetto guida è quello del rinnovamento. Una rottura col passato che ha il suo uomo immagine nel succitato Matteo Renzi, il rampante junior manager lodatissimo da Marchionne, e che quel passato mira a presentarlo, a rappresentarlo, sotto forma di uno schieramento nemico in piena regola. Che ricomprende appunto i cosiddetti “poteri forti”.

L’assunto, dato per scontato, è che essi siano entità prettamente italiane. E in questo modo, per nulla casuale, si esclude a priori che vi siano dei nemici altrettanto infidi anche all’estero, e altrettanto impegnati a sfruttare i privilegi già acquisiti per espanderli ancora di più. Al contrario, anzi, il sottinteso è che le grandi organizzazioni finanziarie internazionali, a partire dalla BCE, operino lealmente – e quasi in modo disinteressato – affinché l’Italia si risollevi al più presto dal suo perdurante declino.

I “poteri forti” sono incrostazioni nostrane refrattarie al cambiamento. I “poteri fortissimi” sono élite benedette che levano alto il vessillo dell’innovazione, al puro scopo di salvarci.

Federico Zamboni

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