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Polizia ed esercito: lo scioperetto generale

Per ora è solo una minaccia, lo sciopero generale delle forze dell’ordine, dei militari e dei Vigili del fuoco contro la decisione del governo di bloccare gli aumenti di stipendio anche nel 2015. Ma pur essendo un’iniziativa che non ha precedenti nella storia repubblicana, non va certo sopravvalutata. Proprio perché si incentra su una rivendicazione economica, anzi retributiva, non va affatto confusa con quella ribellione politica di cui, in Italia e in Europa, c’è sempre più bisogno. Quand’anche gli agenti dei diversi corpi, ivi inclusi i Carabinieri, dovessero tenere duro e incrociare le braccia, si tratterebbe solo di una protesta di settore, che invece di scagliarsi contro le logiche complessive di Renzi & C. si limita a inseguire un miglioramento salariale per uno specifico comparto.

Eppure, nonostante questo limite decisivo, si tratta di un poderoso segnale di turbolenza. Un ostacolo inaspettato sulla strada, a senso unico, del “riformismo” a tappe forzate che si pretende di instaurare nel nostro Paese, fingendo che la crisi finanziaria sia una colpa pressoché esclusiva del debito pubblico e che l’antidoto alla disoccupazione risieda nell’annichilimento delle tutele conquistate, in precedenza, dai lavoratori dipendenti.

La reazione di Palazzo Chigi, infatti, è decisamente stizzita. Stando ai virgolettati riportati un po’ dappertutto, il presidente del Consiglio “avrebbe” già tracciato la linea di difesa, o di contrattacco: «Riceverò personalmente gli uomini in divisa ma non accetto ricatti. Volentieri apriamo un tavolo di discussione con le forze di sicurezza che sono fondamentali per la vita dell'Italia. Ma siamo l'unico Paese che ha cinque forze di polizia: se vogliono discutere siano pronti a farlo, ma su tutto. Non stiamo toccando lo stipendio né il posto di lavoro di nessuno. Tuttavia, in un momento di crisi per tutti, fare sciopero perché non ti danno l’aumento quando ci sono milioni di disoccupati è ingiusto».

Il bastone e la carota. O la carotina, piccina-picciò. Una rete di altolà e di avvertimenti sgradevoli, sulle questioni sostanziali, con la minuscola apertura di un possibile incontro, manco l’udienza chez Matteo fosse di per sé una concessione straordinaria, e una soddisfazione sufficiente a tornare nei ranghi. L’impalcatura retorica è la solita, da Mario Monti in poi: il disastro generale come alibi per imporre ristrettezze e sacrifici. Invece di guardare a ciò che è giusto, ossia una massiccia redistribuzione della ricchezza (o, se si preferisce, una massiccia e diversa re-imputazione dei costi della crisi), si fa del degrado imperante il nuovo e ineluttabile standard. Poiché in ambito privato stanno svanendo tutte le garanzie, chi ha “la fortuna” di lavorare in quello pubblico deve rallegrarsi dei suoi privilegi e accantonare/abbandonare qualsiasi ulteriore richiesta.

Il dato di fatto è che si stanno peggiorando drasticamente, e sistematicamente, le condizioni della stragrande maggioranza dei cittadini, ma questa sopraffazione ad amplissimo raggio viene esibita alla stregua di un merito. Un attestato di imparzialità. Una prova, inoppugnabile, di equità super partes.

Il ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, se ne pavoneggia: «Noi non facciamo alleanze precostituite con un blocco sociale, facciamo un'alleanza con gli italiani. È questa l'unica alleanza vera che fa questo governo: non con i blocchi sociali ed elettorali tradizionali. Noi siamo trasversali a quelli. L'alleanza è sulle persone e la dignità del lavoro è per tutti, tanto per chi è precario quanto per chi non lo è, tanto per chi lavora nel pubblico quanto nel privato».

Basta quel solo frammento, «la dignità del lavoro è per tutti», per sentirsi ribollire il sangue. Perché qui in Italia, ormai, di dignità del lavoro non ce n’è più neanche l’ombra. Ed è quindi su questo che dovrebbe imperniarsi lo sciopero delle forze dell’ordine, o di ogni altra categoria, nella consapevolezza che senza una visione complessiva dell’economia, ovvero dei rapporti tra economia e società, qualunque lotta sindacale è condannata a rimanere un episodio marginale. O addirittura, nel caso specifico, a rovesciarsi in un patto perverso con l’establishment, rinsaldando il rapporto preferenziale – preferenziale fino all’asservimento – che in forza del lealismo subordina i corpi armati a chi detiene il potere: qualche soldo in più ai “pretoriani con la sirena” e un’obbedienza ancora maggiore, ancora più cieca, da parte loro.

Federico Zamboni    

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