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Scozia: quale indipendenza?

Il popolo scozzese vuole decidere del suo futuro. Come è giusto che sia. Eppure i “consigli non richiesti”, quando non proprio le minacce, sono iniziate a piovere sui cittadini di Scozia mano a mano che il fronte indipendentista, cioè, al momento, la maggioranza della popolazione, ha cominciato ad assumere numeri importanti. Tanto da far pensare che si sia vicini a questa svolta epocale. 

Gli elettori favorevoli a oggi sono, secondo un sondaggio, a oltre il 51%, con un aumento del 10% nelle ultimissime settimane. E in ogni caso il 18 settembre si conoscerà il verdetto del referendum.

Per ora basti sottolineare due cose, anzi tre.

La prima: Londra teme molto. Tanto che una delle prime reazioni alla crescita della percentuale degli indipendentisti non si è fatta attendere, con toni peraltro melliflui e seducenti, se non proprio al limite del plagio. Il cancelliere George Osbourne ha fatto pervenire agli scozzesi il messaggio secondo il quale, in caso di voto contrario all’indipendenza, da Londra arriverebbero, per la Scozia, maggiore autonomia fiscale, sulla spesa pubblica e sul welfare. In pratica delle promesse per tentare un sabotaggio, per disinnescare il rischio di un voto favorevole all’indipendenza.

La seconda: Londra avrebbe da perdere enormemente dall’indipendenza della Scozia. E il motivo è squisitamente economico. Il crollo della Sterlina, paventato in caso di vittoria del “sì” e con una moneta di fatto già in calo in questi giorni di attesa, arriverebbe per un motivo molto semplice: aumenterebbe di molto il già enorme disavanzo sulle partite correnti. Il Regno Unito è in grande deficit dalla metà degli anni ’90, e oggi è vicino al record del 4.4% del Pil (e detiene il secondo più grande debito estero del mondo con il 406% del Pil, secondo solo a quello degli Stati Uniti, guarda caso). Il Paese è rimasto a galla per via della sua supremazia mondiale e delle “rendite di posizione”, visto che ha uno dei settori finanziari in grado di orientare il mercato mondiale, né più né meno che come è avvenuto e avviene per gli Usa. Entrambi rappresentano uno dei più grandi bluff contabili della storia moderna. Ma nel caso in cui la Scozia si dichiarasse indipendente, i valori di deficit e debito estero aumenterebbero esponenzialmente. Inoltre c'è la questione del petrolio del Mare del Nord: a chi andrebbe lo sfruttamento dei giacimenti? Dal che, il terrore.

Terza sottolineatura: non è chiaro, al momento, cosa deciderebbe di fare la Scozia, in tema monetario, ove realmente vincesse il fronte indipendentista. Le opzioni sono tre, ma solo una è quella che conta. La Scozia potrebbe rimanere nella Sterlina, potrebbe chiedere di entrare nell’Euro oppure potrebbe iniziare a battere una sua moneta.

Il rischio - per gli “altri” - è ovviamente nella terza opzione. Non avrebbe senso dichiararsi indipendente per mantenere la Sterlina. Non ne avrebbe richiedere l’ingresso in una moneta unica europea che sta crollando. L’unica opzione dunque, per una indipendenza vera, sarebbe nel tornare a battere una propria moneta. 

L’orrore, per il resto del mondo europeo e anglo-statunitense. Il 18 settembre c’è molto in ballo, ben oltre il caso scozzese, perché una vittoria del sì potrebbe rappresentare un precedente importante. Anche per noi.

(vlm) 

Per approfondimenti di carattere enomico e finanziario, qui un articolo di James Meadway, per neweconomics.org

 

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