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Gli invidiabili 70 anni di Reinhold Messner

Poco prima del suo settantesimo compleanno, che cadrà il 17 prossimo, e poco dopo la pubblicazione del suo nuovo libro intitolato “La vita secondo me”, Reinhold Messner è tornato a parlare del suo modo di intendere l’alpinismo. Affermando, con comprensibile rammarico, che quella concezione «tradizionale» è ormai appannaggio di un numero sempre più limitato di scalatori, mentre purtroppo si sono andate affermando, fino a dilagare, delle visioni e delle pratiche molto diverse: da un lato quelle in chiave sportiva, che pur essendo tecnicamente ragguardevole è comunque più imperniata sulla performance esterna anziché sul rapporto interiore con la montagna, e dall’altro quelle di matrice turistica, che pretende di semplificare/commercializzare l’accesso alle vette e che, come nel caso dell’Everest, riduce a una sorta di shopping a risultato pressoché garantito ciò che invece dovrebbe essere e restare una grandiosa sfida coi propri limiti personali.

Tuttavia, queste sgradevoli osservazioni sul mondo odierno non compromettono la soddisfazione per la propria vita individuale, che del resto si è plasmata, nei suoi tratti costituitivi, quando certi valori non erano stati ancora sommersi dalla “cultura” del cash & carry. Dice Messner: «Mi considero molto fortunato: sono nato dopo la guerra, in un periodo povero, ma un periodo ricco di speranze. Oggi un giovane ha davanti un mondo chiuso e sovraffollato». E nonostante gli straordinari successi conseguiti via via, tra cui l’essere giunto in cima all’Everest senza avvalersi delle bombole di ossigeno, la sua conclusione è esemplare: «Non è importante essere ricordati, ma aver avuto una vita limpida».

(fz)

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