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Charlie e il senso del sacro

“Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”: ecco uno stile di vita pregno di sacralità, perché la vita non è sacra in sé: la sacralità bisogna conferirgliela giorno dopo giorno. È frase che dovrebbe esser il motto di ogni ribelle che si rispetti, anche se è fin troppo sentita e il più delle volte si rivela una fanfaronata: solo a posteriori è possibile sapere se chi la pronuncia è un Uomo o un cialtrone. Charb (Stéphane Charbonnier, il direttore ucciso di Charlie Hebdo) si è rivelato un Uomo e non un fanfarone: egli è morto in piedi e non sopravvive in ginocchio, come molti suoi confratelli, che, specie in Italia, approfittano dell’esser già in posizione per leccar culi a destra e a sinistra.

Forse a Charb del Sacro non gliene fregava nulla, ma, se varcata la soglia dell’altro mondo, avesse chiesto a Heimdallr di fargli varcare Bifrost, questi avrebbe ceduto il passo: perché l’accesso al Valalla è aperto a colui che muore con la spada in mano e per un vignettista è la matita ad essere spada. 

Tanto basta per la versione nordica della Religione dei Padri, basta questo per aver dato un senso sacrale alla vita: per gli Dei d’Europa è fondamentale, condizione necessaria anche se non sufficiente, il non essere “sottomessi”, mai. Essi rifiutano chi piega il ginocchio: costui non è degno di pregarli o sacrificare a Loro, anche se è di fronte a Loro che piegano il ginocchio e si sottomettono.

Il rifiuto della sottomissione: questa è condizione prima per avere senso del Sacro, agòi occhi di Dei che sapevano ridere quando Plauto, o chi per lui, li metteva in satira, perché è il dio che ha spazzato via il Sacro che teme la risata, non quelli dei Padri. Sì, con buona pace delle acrobazie guenoniane che tanto male hanno fatto ai concetti di Sacro e Tradizione, è il dio di Abramo, in qualsiasi sia la forma in cui lo si declini, ad aver spazzato via il Sacro dall’Europa e altrove. Una sacralità che trovava in Roma un suo mito fondante in Lucio Giunio Bruto, colui che diede il via alla libertà repubblicana: quanto di più Sacro un romano potesse avere, un mito che ci sono voluti secoli prima che altri lo facessero nuovamente proprio dandogli nuova linfa sacrale: altro che i miti di “sottomissione” che stanno andando a soffocarla ancora.

Che la satira che colpisce tutti senza riguardo sia segno di mancanza di sacralità sociale e non, piuttosto, di assenza di sacralità nel bersaglio che se ne impermalosisce è un falso: c’era forse assenza di sacralità nella Roma che celebrava i trionfi col generale vittorioso cinto d’alloro e dal volto dipinto di rosso come fosse un Dio, mentre le sue truppe lo dileggiavano con lazzi rispetto ai quali le vignette di Charlie son complimenti? O forse che in Roma si voleva rimarcare che è la libertà ad esser Sacra e che nessun uomo (profeti compresi) deve potersi credere al di sopra di altri e della legge? O, magari anche, che il Sacro dei romani non temeva satira e risata, al contrario delle religioni venute poi e che il senso del Sacro hanno spazzato via, con la loro superficiale cupezza?

Certe religioni dovrebbero ringraziare che esiste la Religione Laica dello Stato, che tanto osteggiano, quella cioè, che, una volta sacrificato a Cesare, puoi sacrificare a qualsiasi Dio tu desideri, sia quello di Abramo o dei pastafariani. Ecco, questa è la Sacralità che abbiamo veramente perso: quella della comunità che si struttura in Stato (che poi lo si chiami Polis, Urbs o Clan è solo una distinzione lessicale). È  questa che deve essere onorata e rispettata prima di ogni altra: per un Francese, Parigi deve venire prima del Vaticano, de La Mecca o di Gerusalemme, mentre per un Italiano quella città simbolo è Roma, e così via capitale per capitale. 

Non valga obiettare che questa è caduta in basso, che lo Stato, ogni Stato, ormai è solo strumento di altri poteri: è esattamente quello che denunciamo, bisogna riappropriarsi dello Stato e restituirgli la sacralità perduta, non inseguirne sedicenti altre che sono ad esso concorrenti se non antitetiche.

E non ci si lamenti che lo Stato veramente laico garantisca libertà di culto e dignità religiosa in pari grado a qualsiasi religione, come ad esempio la nostra costituzione per la quale, nonostante lo sciagurato articolo 7: “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume” o “non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano”. Il che significa che anche un satanista, purché rispetti il buon costume e le leggi patrie, ha pieno diritto a celebrare i suoi riti al pari di un ciellino: in fondo anche un satanista ha un suo senso del sacro, probabilmente più profondo di quello del ciellino medio, oppure vale solo quello degli abramiti? 

Eppure Roma, fra le rarissime sentenze religiose che emise, quelle contro i galilei le motivò, giustamente agli occhi del Sacro, per “ateismo”.

“Sacralità” abramitica la cui dignità speciale i cristiani spesso riconoscono e difendono nell’Islam - meno nell’ebraismo, nonostante il dio sia lo stesso - quasi, a voler pensar male, ma noi non ci preoccupa di far peccato pur di azzeccarci, che in questo si nasconda come una segreta speranza, partendo dalla difesa del profeta, di poter tornare ai bei tempi del Papa Re e degli Autodafé, in cui loro e solo loro avevano dignità “speciale”.

La laicità dello Stato impone, però, a chi vi crede di concedere pari dignità legale ad ogni culto, dal pastafariano alla sentinella in piedi, ma il rispetto che impone la laicità si ferma al rispetto dell’esercizio del culto, non al rispetto in sé di religioni che hanno, ad esempio, tali e tante fisse alimentari da far sembrare logiche e sensate le motivazioni che sono alla base delle scelte vegane: il piacere di dileggiarle rientra nei Sacri diritti di libertà individuali. 

Va detto però che certe religioni, che pretendono sacro rispetto, rendono la vita particolarmente ardua al dileggiatore, ma non tanto per via degli AK che brandiscono a difesa della loro “particolare sensibilità”, ma perché: chi manda fatwe contro i pupazzi di nevi ed ancora manda a morte streghe e stregoni non ha bisogno di buffoni e non c’è “sufismo” da salotto che possa conferire loro dignità, solo la laicità dello Stato li salva, ma qualche limite alla loro arroganza dovrà pur decidersi a porlo o farà la fine dei troppo tolleranti romani.  

Ferdinando Menconi

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