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Io non sono per i ciarlivendoli

Non sono Charlie Hebdo perché la libertà di espressione non coincide con l’invalso diritto di offendere. Questa, più che libertà, è un’incontinenza senescente, e anche abbastanza demente, di scrivere e dire tutto quel che passa per la cervice. 

Non sono Charlie Hebdo perché, anche in tempi meno sospetti, ho sempre pensato che la satira dovesse gabbarsi delle rappresentanze politiche e sociali marce, non di quelle più “deboli” e minoritarie, abitate da persone dal sentimento religioso ancora acceso che vivono, loro malgrado, in una società massicciamente secolarizzata e dissacrante. Quando però ciò accade, come nel caso della suddetta rivista satirica, la famigerata libertà di stampa – e, a dire di tanti, persino di pensiero – diventa omologazione al modello dominante, cioè Unico. Altro che libertà…

Non sono Charlie Hebdo perché trovo, sì, sacrosanto il diritto di detestare chi si voglia – cinesi, ebrei, negri, omosessuali, cristiani, musulmani, etc. – a condizione, però, di mantenere prima un dovere di incorruttibilità morale verso l’oggetto del proprio “odio”: sapere motivare lucidamente e approfonditamente la ragione di tale disprezzo; solo così si può parlare di vero odio – sorto non da antipatie, non da paturnie e non da razzismo – di cui si dovrebbe per lo meno apprezzare l’onestà intellettuale. Tutto il contrario, insomma, dell’ingiuria facile e gratuita, che termina esattamente dove inizia e che non lascia appigli perché, semplicemente, non ne ha. 

Non sono Charlie Hebdo perché non ho mai creduto nel multiculturalismo globale, che fagocita gli aspetti più abbordabili e certamente negoziabili– musica, vestiario, cibo – di un’etnia, salvo poi sgominare scientemente quelli più profondi: religione, cultura, usi e costumi sociali. Allora, ha ancora senso oggi parlare di accoglienza verso il cosiddetto “diverso”, quando poi lo si va a umiliare in una forma così intima e privata come la sua inclinazione religiosa? 

Non sono Charlie Hebdo perché, se da noi avessero messo alla berlina Gesù Cristo, magari disegnandolo mentre sogna e desidera freudianamente la Madre, nessuno si sarebbe scomposto più di tanto. Io – e come me tanti altri – pur non essendo affatto musulmana, trovo ripugnanti, oltre che di scarsissima intelligenza comica, le vignette sul Profeta.

Non sono Charlie Hebdo perché di questi “buoni e giusti” – che hanno invaso e invasato genti e culture, tradizioni e fedi, cuori e ritmi, con il perenne alibi di insegnare loro come si fa, come si vive e come si dovrebbe essere e persino amare – non mi sono mai fidata. Questi “buoni e giusti”, che ieri erano in brodo di giuggiole per le Primavere Arabe, che subito dopo hanno applaudito, a debita distanza, l’ingloriosa fine di Saddam Hussein e quella bestiale di Gheddafi e che poi hanno invocato la caduta di Assad in Siria –  e oggi “detestano” come possono, ovvero con la diffamazione, Putin – non hanno compreso che da quelle loro vittorie sono sorte orde barbariche scomposte e sconfitte tremende non solo per l’Oriente, ma anche per noi, ridotti a essere nient’altro che dei ciarlivendoli.

Non sono Charlie Hebdo perché quegli sprovveduti terroristi islamisti (non islamici), che hanno fatto fuori dodici uomini dell’omonima redazione, erano sprovvisti dell’unica arma che davvero sarebbe stata loro necessaria per la Salvezza: il Sacro Corano. 

L’Islam, al contrario di quanto professa la moltitudine dei quotidiani e degli sproloquianti politici – il cui mestiere abbraccia spesso la falsificazione – non è affatto una fucina di cupi terroristi. Leggere per credere certi “discenti d’Amore”: da Henry Corbin a Ibn ‘Arabi, da Frithjof Schuon alla mistica Rabi’a.

Non sono Charlie Hebdo, infine, perché ritenere che un credo – qualsiasi credo, in un Dio (o negli Dei) come in una ideologia, in un uomo come in una passione – debba essere tanto pacifico da risultare praticamente innocuo e finalmente democratico, significa violarlo nella sua integrità, fino quasi ad annullarlo. Credere, invece, è in sé un atto scomodo, difficile e senz’altro pericoloso. Si tratta di coltivare intimamente l’indimostrabile e l’indicibile, sostenendoli nella fortuna e difendendoli a spada tratta, contro tutto e tutti, nella mala sorte.

Chi non crede, infatti, non è portato a misurarsi con la propria “fede” – durissimo mestiere di vivere – e con gli sconforti e il fitto “buio” che da essa possono facilmente provenire; egli non deve dimostrare nulla per il semplice fatto che in quel nulla tutto è già risolto.

Chiunque, invece, di questi tempi osi ancora l’azzardo di credere, deve essere pronto allo schieramento come alla solitudine, al sacrificio come alla totale disfatta; soprattutto, chiunque sia abbastanza vivo da credere deve essere molto innamorato di quel qualcosa che, nei fatti, di rado si dimostra e in ogni dove si rivela.  

Fiorenza Licitra

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