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Mai nessun rispetto, per le “religioni” oppressive

«Qui in Occidente la satira dovrebbe darsi dei limiti, portando rispetto alla fede religiosa altrui e, quindi, anche all’Islam». A prima vista può sembrare una tesi ben fondata – e non c’è dubbio che su queste stesse pagine sia Luciano Fuschini che Fiorenza Licitra l’abbiano sostenuta con la loro consueta finezza – ma come accade spesso le conclusioni “logiche” discendono da una premessa che viene data per scontata e che, viceversa, non lo è per niente.

Questa premessa è tutta racchiusa nella parola “rispetto”. Che implica, appunto, che in religioni come l’Islam vi sia sempre e comunque qualcosa di degno e addirittura di sacro. Qualcosa da cui (beninteso all’interno di società con un impianto saldamente laico) è lecito prendere le distanze e che si può anche rigettare in toto, ma solo a condizione che lo si faccia in una chiave spiccatamente riflessiva e a suo modo sommessa: un po’ come se si prendesse la parola all’interno di una chiesa, o di una moschea, o di una sinagoga, e si fosse tenuti a moderare i toni e magari anche i contenuti, per non violare la destinazione mistica di quei luoghi e non turbare chi li considera “la casa di Dio”.

L’assunto, a mio parere, è del tutto errato. Il presupposto, infatti, è che basti attribuire al proprio credo e alle proprie pratiche una radice metafisica per conferire loro una limpida e inoppugnabile sacralità. Nel caso delle religioni “rivelate”, com’è arcinoto, quel crisma viene fatto derivare da un’espressione diretta della divinità, che si sarebbe manifestata a uno o più profeti per fissare le leggi sovrannaturali alle quali gli esseri umani dovevano conformarsi.

Le conseguenze pratiche sono, purtroppo, del tipo peggiore. Da un lato si bollano come infedeli, e dunque come persone spiritualmente inferiori (o persino malvagie), coloro i quali non condividono quei dettami. Dall’altro si ritiene doveroso diffondere ovunque la propria fede, quand’anche a costo di imporne coattivamente l’osservanza.

Quella che dovrebbe restare una ricerca interiore, che in quanto tale consente – e forse esige – la massima libertà di sperimentazione individuale, si trasforma così in un obbligo sociale di allineamento a ciò che altri pretendono di aver identificato in via definitiva e inoppugnabile. Nello spaventoso convincimento che quei dogmi e quelle prescrizioni siano realmente “la parola di Dio”, ovvero la Sua Volontà, i leader religiosi e i loro seguaci si ergono a giudici di chiunque e si ritengono autorizzati a sanzionarne ogni eventuale divergenza dalle (presunte) Sacre Scritture.    

Siamo al nodo fondamentale. E a quella che personalmente considero la massima forma possibile di blasfemia: l’arrogante certezza di parlare e agire per conto di Dio. Una sicurezza assoluta che si mostra quale umile sottomissione all’Ente Supremo, ma che a ben vedere è invece una perversa proiezione ultraterrena di un proprio bisogno di affermazione/rassicurazione psicologica. L’ego (questo sommo impostore) che strumentalizza un ipotetico Creatore e se ne fa scudo. Se ne fa il piedistallo sul quale innalzare sé stesso. Se ne fa la giustificazione incontestabile per svettare sugli altri, vuoi per una necessità psicotica di dominio, vuoi per trovare – nella negazione della libertà altrui – l’illusione di aver debellato per sempre la propria angoscia, più o meno latente, al cospetto di un universo troppo grande ed enigmatico. 

C’è qualcosa di rispettabile, in questo? O c’è al contrario un vizio profondo, una patologica necessità di auto inganno, una menzogna vigliacca che è l’antitesi stessa di un cammino nel segno di una crescente consapevolezza?

Nella più benevola delle ipotesi questo rifugiarsi in un’eredità immutabile e incontrovertibile va rubricato, e compatito, come un’umanissima debolezza. Altrimenti, e comunque ogni volta che quel ripiego personale si ribalta in una rivendicazione di superiorità e nel presupposto di pesanti coercizioni ai danni di chi non accetta di convertirsi (o anche solo di simulare di averlo fatto), sorge la necessità di difendersi, sia come individui che come collettività.

La contrapposizione non deve essere appiattita su quella corrente, per cui le due uniche alternative si riducono al nichilismo di infimo ordine dell’Occidente contemporaneo oppure al monoteismo invasivo di matrice abramitica e, oggi, di virulenza/apparenza islamica. Il principio al quale attenersi, a meno di volersi consegnare nuovamente ai diktat di questa o quella Chiesa, è che noi umani non disponiamo di alcuna verità rivelata alla quale attenerci. Il nostro senso, personale e comunitario, dobbiamo cercarlo nel superamento dell’egoismo materiale e psichico, che tende a degenerare in un egocentrismo onnicomprensivo, ossia in un delirio solipsistico. Siamo entità minuscole alle prese con vastità incommensurabili, che forse discendono da un Ordine superiore e forse no, ma che di sicuro si manifestano sotto le forme, inquietanti, del Caos.

Siamo o dovremmo essere, per dirla alla Gurdjieff, dei “cercatori di verità”:  e semmai dovesse capitarci di scoprire qualcosa, che per come risuona armoniosamente nelle profondità di noi stessi ci appare illuminato da una sapienza sovrumana, non potremo fare nulla di più e di meglio che tentare di trasmetterne ad altri l’intuizione. Nessun proselitismo. Nessuna imposizione. Solo la speranza di riuscire a condividere ciò che crediamo, o ci illudiamo, di aver trovato.

Federico Zamboni

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