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Bce e Grecia, le due prossime bufale

I prossimi imminenti giorni prevedono due ambiti da tenere d’occhio e da analizzare per quanto attiene l’aspetto economico. Entrambi riguardano l’Europa e hanno potenzialmente la possibilità di essere determinanti, eppure di entrambi non si parla quanto si dovrebbe. C’è un motivo, per questo, come vedremo. Ci riferiamo alla decisione della Banca Centrale Europea, prevista domani, e alle votazioni in Grecia, fissate per il prossimo fine settimana.

Beninteso, le caratteristiche di potenziale importanza che vengono imputate a questi due eventi a nostro avviso sono diametralmente opposte a quelle che si potrebbero pensare a prima vista, e che su vari media, invece, vengono veicolate a senso unico.

Per entrambe le cose, però, il dibattito ufficiale langue, sostituito ormai da settimane con quello relativo alla aggressione alla redazione di Charlie Hebdo e al vario corollario che vi è collegato.

Andiamo con ordine. La BCE dovrebbe dare fuoco alle polveri, attivando il piano di Quantitative Easing ventilato da più di un anno, attraverso la decisione di iniziare ad acquistare i titoli di Stato di alcuni Paesi. Cioè di quasi tutti fatta eccezione per la Germania. E per quanto riguarda invece la Grecia resta da verificare se la realtà delle urne sarà effettivamente quella che si paventa come più probabile, almeno a seguire i sondaggi più recenti, i quali vedono Alexis Tsipras e il partito Syriza davanti a tutti.

Per quanto riguarda il primo punto la suggestione che viene veicolata è quella che finalmente, con un intervento di questo tipo da parte della BCE, si possa sul serio iniziare una ripresa economica, in Europa, che seguendo la teoria della crescita come soluzione a tutti i mali, non può più essere procrastinata. Sull’altro fronte, visti i risultati disastrosi di tutte le operazioni cui la Grecia è stata sottoposta con la forza della troika, mediante il piano di salvataggio messo in opera a suo tempo, e che non ha salvato un bel niente, anzi ha sprofondato il Paese in una situazione apparentemente irreversibile e certamente peggiore di prima, attraverso l’ascesa di Tsipras le cose potrebbero cambiare. Il leader di Syriza, a parole, ha fatto percepire all’opinione pubblica che sarebbe pronto ad andare in direzione diametralmente opposta, per quanto attiene le decisioni politiche ed economiche di Atene, rispetto a tutto quanto hanno fatto i partiti politici suoi predecessori.

Temiamo che molti tra gli entusiasti per delle soluzioni del genere, nel primo e nel secondo caso, andranno dritti verso una delusione sonante.

Il primo campanello di allarme, come detto, risiede nel fatto che di entrambi gli argomenti si sta parlando pochissimo. In merito alla BCE si dà per scontato non solo il varo di questo piano, ma addirittura la sua efficacia. Per quanto riguarda Tsipras, invece, al momento ancora non si è levato in alto il coro unanime dei consigli non richiesti e delle minacce degli altri governi del mondo e di altre voci istituzionali per tentare di far cambiare idea all’elettorato greco. Qualcosa, questo silenzio, vuole evidentemente dire.

A livello europeo la BCE non ha, e da tempo, più molti margini di manovra. Dopo aver abbassato e tenuto basso il costo del denaro è praticamente arrivata al limite dello zero. Al più ci si può aspettare un ulteriore piccolissimo taglio di un settimo di punto, ma insomma si è ai minimi termini. Per quanto riguarda l’operazione di LTRO le cose erano (ad alcuni almeno) chiare da prima che tutto ciò fosse messo in pratica e dovrebbero esserlo ancora di più (tranne che per i casi più reticenti) dopo che la cosa è stata sperimentata: l’unico beneficio lo hanno avuto le Banche, che avendo ricevuto denaro a costo risibile, invece di immetterlo in circolazione mediante prestiti a privati e a imprese lo hanno utilizzato per acquistare i più sicuri titoli di Stato. Insomma ci hanno fatto cassa personale.

In merito al piano di acquisto diretto dei bond da parte della Banca Centrale Europea, inoltre, le cose appaiono ormai tanto chiare dal far registrare la voce della Germania, unica vera oppositrice a tale operazione, forte solo della sua assenza. Le condizioni disastrose dell’Europa sono sotto gli occhi di tutti. La deflazione, tenuta nascosta e non nominata quanto si vuole, è una realtà presente su tutto il continente ormai da diversi trimestri. E la Germania stessa sa benissimo (i suoi ultimi dati lo confermano) che si tratta di una situazione non più sostenibile neanche per le sue stesse esportazioni. Per quanto attiene all’Italia, i dati resi noti da Bankitalia in merito alla crescita prevista per il 2015 sono eloquenti: a correzione del roboante +1.3% di Pil previsto sino a una settimana fa, adesso ci si attesta su un misero +0,4%. Si tratta dunque di una previsione in sonoro ribasso, con l’ennesimo spostamento in là, cioè al 2016, per la previsione di una eventuale crescita maggiore. E non è ancora passato il primo mese dell’anno. Ad ogni modo, anche per il 2015, niente di niente (arriverà un fischio dalle parti delle orecchie di Renzi?).

Insomma, a operazioni della BCE, in questo quadro, nessun governo può realmente opporsi. Tanto meno la Germania. La delusione più grande risiede però nella mancanza di risultati a livello di economia reale, che questa operazione può apportare. L’acquisto dei titoli di Stato da parte della BCE potrà contenere gli spread dei Paesi in crisi, ma non certo rilanciarne l’economia e la crescita, visto che tali Paesi sono bloccati dalle norme di austerità.

E allora diciamolo in tempi non sospetti: la misura della BCE è preventiva, non correttiva della situazione attuale. È preventiva nel senso che il basso valore attuale degli spread (ivi incluso quello dell’Italia) non deriva dalla situazione economica, ma da una attesa, antecedente un ulteriore attacco vero e proprio, dei mercati. È opinione, tra gli altri, anche dell'economista Alberto Bagnai, come ha recentemente confermato nella puntata di Piazza Pulita di Lunedì scorso. I mercati - cioè i grandi fondi speculativi che vi operano - sanno benissimo che il valore attuale degli spread non è correlato alla situazione reale dei fondamentali dei vari Paesi. Ad esempio, tutti i valori italiani sono peggiorati rispetto ai tempi in cui lo spread aveva toccato quota 550 punti, eppure oggi si attesta attorno a 130 punti. Tutti: dal pil alla disoccupazione al debito pubblico. 

Nel momento in cui sarà evidente a tutti che tali valori non possono migliorare per l’avvitarsi della recessione su se stessa, gli spread torneranno a salire (forse in modo terminale?) e dunque, in tal caso, l’acquisto dei titoli da parte della BCE potrebbe, come si dice alla romana, metterci una pezza. Per un po’. Da qui, la decisione imminente di varare il piano. Qualunque altra cosa se ne dica.

Per quanto attiene alla seconda delusione probabile dobbiamo spostarci in Grecia. Qualcuno pensa che Tsipras potrebbe, una volta eletto, mettere in atto sul serio una politica di abbandono dell’Euro, unica soluzione reale per un Paese che con l’Euro ha perso tutto e che con l’Euro continua a perdere, dal punto di vista sociale ed economico, ogni giorno di più. Ora, è altamente improbabile uno scenario del genere. Se questo rischio vi fosse (per l’area Euro, naturalmente) si sarebbero levate ben altre difese e muri all’ascesa di Syriza. A suo tempo Papandreou, che aveva solamente ventilato di indire un referendum, venne fatto cadere praticamente manu militari e al suo posto venne issato quel Papademos (di Goldman Sachs memoria) che seguì alla perfezione i dettami della troika. Se Tsipras sarà fatto eleggere senza grossi problemi, così come appare, evidentemente già si sa che la sua intenzione non è quella di far uscire la Grecia dall’Euro. Egli molto probabilmente andrà a rinegoziare il debito. Cosa grossa, naturalmente, ma molto, molto differente rispetto a una risolutiva (e catastrofica, per la troika) uscita della Grecia dall’Euro. Del resto - e questo è il secondo indizio - anche a Berlino ormai si sono resi conto che una grossa concessione alla Grecia va fatta: il Paese non può più sul serio andare avanti in questo modo. Accetteranno dunque una discussione a un tavolo con Tsipras e faranno diverse concessioni, mettendo in pratica la classica politica che vuole, in situazioni senza speranza, l’obiettivo di salvare almeno una parte di un tutto che non è comunque più esigibile.

Al più, l’operazione Tsipras potrà servire come precedente per tutto il continente. E la cosa una certa portata la ha, ovviamente. Ma è prematuro capire quanto grande e simbolica sarà questa portata.

Sul primo e sull’altro fronte, ad ogni modo, non vi è nulla di significativo verso l’unica possibilità di salvezza dei Paesi europei. Nulla che vada nella direzione dell’abbandono della moneta unica. Per ora.

Valerio Lo Monaco

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