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Aggressione occidentale all’Islam? Ma anche no

Clicca per ingrandireL’Islam sotto costante aggressione occidentale, un mantra che sentiamo ripetere anche da voci a noi vicine: a prima vista non hanno torto, ma solo a prima vista, sono tesi confutabili anche senza risalire fino alle crociate.

Anzi, no: una breve digressione sulle perfide crociate, che l’Islam rinfaccia sempre all’Occidente cristiano va fatta, tanto per mettere i puntini sulle “i” riguardo chi ha cominciato prima ad andare a rompere i coglioni in terre e fedi altrui. Sì, i crociati assaltarono terre islamiche, anche se, prima crociata a parte, in realtà esercitarono il proprio business di saccheggio più altrove che in Terrasanta, ma non va dimenticato che fino a pochi secoli prima quelle terre erano cristiane, e non approfondiamo oltre per tenere il discorso limitato alla contrapposizione Islam e occidente/cristianità. 

Chi per primo svolse un’azione aggressiva di imposizione del proprio credo furono, quindi, i musulmani che, in pochi decenni, espansero il dominio dei “sottomessi” da un pugno di sabbia del deserto arabico da un lato fino a i Pirenei, anzi oltre, passando per il Nord Africa e, già che c’erano, mandando qualche barcone in Sicilia, e dall’altro islamizzando tutto il Medioriente, culla della cristianità. Crociata, però, non fu solo in Medioriente: crociata fu anche la reconquista della Spagna. In realtà solo nelle infami crociate baltiche i cristiani andarono ad invadere terre che mai erano state, e mai avrebbero dovuto essere, loro.

Dopo l’inversione di marea in terra iberica, quell’al Andalus che ancora viene rivendicato come terra d’Islam, l’espansione militare musulmana, non più araba ma turca, investì l’Anatolia, dove l’islamizzazione ebbe compimento definitivo col genocidio di armeni, greci e assiri di giusto un secolo fa, per poi spingersi fino alle porte di Vienna. 

Insomma: dopo aver stretto l’Europa in una morsa che andava dai Pirenei al Danubio, gli islamici non dovrebbero stupirsi più di tanto se, per dirla parafrasando il marchese del Grillo, stamo ancora un po’ incazzati, anche perché la contro espansione europea dell’era coloniale, culminata nel periodo fra le due guerre, non ha mai avuto come obiettivo di ripristinare il cristianesimo là dove l’Islam l’aveva spazzato via. Uno spazzar via di religioni tradizionali, quello islamico, che non ha colpito solo il cristianesimo, ma anche induismo, buddismo, mazdeismo e tutte le altre religioni tradizionali incontrate sul suo cammino, compresi i molti Dei de La Mecca. 

Nonostante le lamentazioni contemporanee e i nuovi vittimismi è d’uopo notare che chi ha cominciato a fare ammazzamenti in terre altrui per imporre la propria visione religiosa sono stati proprio loro e come si dice, chi di spada, anche se dell’Islam, ferisce…

A ben vedere, però, negli ultimi anni, se non già a partire da Lawrence, la politica degli occidentali è stata di rinforzare l’Islam contro ogni spinta di laicizzazione e modernizzazione della regione, altro che di aggressione verso la “vera religione”. Abbandoniamo quindi le recriminazioni sulle crociate, anche perché son terre che andrebbero rese a Serapis e Ishtar non a Isa ibn Mariam, e veniamo agli ultimi decenni, quelli della decolonizzazione, per una loro disamina necessariamente rapida e schematica, ma più che sufficiente per inquadrare la situazione contemporanea senza farsi intortare dal mainstream, per difendersi dal quale basta un “bignamino”.

Iniziamo con il prendere atto dell’ostilità da subito mostrata dall’Occidente verso i “partiti Ba'th”, inutile star qui a seguire nel dettaglio le vicende di quel movimento: ci basti qui rilevare che nasceva aconfessionale vista la disomogeneità religiosa dei tre fondatori, alawita al-Arsūzī, cristiano ortodosso ʿAflaq e musulmano sunnita al-Bīṭār. Il rischio, però, di una modernizzazione eccessiva di Siria, Giordania e Iraq era che queste mettessero in pericolo Israele, costretto a confrontarsi con entità statali e nazionaliste, anziché con bande di beduini guidate da qualche Mufti.  Stati moderni e tecnologicamente avanzati nel medio lungo periodo avrebbero probabilmente preso il sopravvento sullo “Stato ebraico”: già nel 1967, guerra dei 6 giorni, Israele se la cavò forse proprio grazie all’aggressione preventiva, per usare un eufemismo, e nel 1973 se la vide decisamente brutta. Quindi la laicizzazione del Medio Oriente andava fermata ad ogni costo, anche destabilizzando a favore di movimenti fondamentalisti che hanno anche il vantaggio di poter esser più facilmente demonizzati: vedere quanto successo con Hamas e Fatah per credere. 

Iraq

L’evoluzione delle entità statali laiche e moderne fu quindi ferocemente contrastata, considerato anche che erano in corso deprecabili derive socialiste: così, invece di favorire questa rinascita araba, che aveva fra i suoi modelli addirittura Mazzini, si preferì farla finire nell’orbita sovietica, nel nome degli interessi di Israele e dello sfruttamento liberista delle risorse, ma non certo del Medio Oriente e del mondo arabo. Tranne quello saudita, ovviamente, che sarebbe stato fortemente danneggiato dalla fioritura di nazioni laiche e moderne, se non addirittura socialiste, ai suoi confini.

Dopo il crollo dell’URSS, venendo a mancare la sponda sovietica, l’Occidente atlantista è potuto passare alla resa dei conti, cominciando con lo spazzar via il Baat di Saddam Hussein, che reggeva un Iraq dove l’infedele Tereq Aziz era il numero due del regime: un grandissimo favore all’estremismo islamico fondamentalista che aveva nel Baat il suo peggior nemico. Certo Saddam era un dittatore, aveva sì in buona parte tradito gli ideali iniziali del partito, ma almeno non vi erano problemi di convivenza religiosa e di laicità, almeno per gli standard arabi, del paese: forse che solo col pugno di ferro si potevano tener sotto controllo i fanatismi di alcune frange? Ma diciamocelo una volta per tutte: per arrivare alla libertà religiosa per tutti bisogna che un buon numero di preti refrattari passi sotto la ghigliottina. Insomma l’intervento occidentale non è certo stato contro l’Islam, ma contro le forze che ne tenevano sotto controllo gli eccessi, la vera vittima è stato l’islamismo moderato di Saddam: che tollerava i cristiani al potere ma che minacciava di pretendere, abominio, di poter vendere petrolio contro euro. 

Siria

Mutatis mutandis il discorso vale per la Siria, dove, grazie alla ripresa di vigore della Russia, Assad è rimasto in sella per il rotto della cuffia, ma dove ancor più chiaro ed evidente è il sabotaggio occidentale di lungo corso, quella in atto è solo l’ultima mossa, del modello Baat. 

A Damasco l’intervento a favore del fondamentalismo islamico è stato ancora più evidente, anche se il mainstream si ostina a negare: l’ISIS è creatura atlantista, foraggiato ed armato dall’occidente ed i suoi alleati del Golfo. Anche qui l’intervento occidentale è stato contro i nemici dell’Islam, cioè, di nuovo contro dittatori, sì, ma laici, del Baat, gente che osa addirittura far combattere nel loro esercito donne, spesso, ohibò, cristiane, contro i baldi guerrieri del profeta. No neanche in Siria c’è un intervento occidentale contro l’Islam, contro gli arabi sì, sauditi a parte, more solito, ma non contro l’Islam, anzi l’ISIS ringrazia per armi e logistica. 

Egitto e Palestina

Anche il nazionalismo arabo e socialista di Nasser in Egitto fu sabotato dall’Occidente, a partire dalla crisi di Suez, che il folle pretendeva di nazionalizzare. La storia lì è andata un po’ diversamente, anche perché, già, Sadat prese un corso più conciliante verso gli interessi israeliani e degli saudi-uniti nella regione. Tuttavia, come, dimostra la fine di Mubarak, anche lì l’Occidente ha lavorato per l’Islam radicale dei “Moderati” fratelli musulmani, anche se all’ultimo ha ritenuto preferibile lasciar passare un colpo di stato dell’esercito all’imbarcarsi in un’avventura che non avrebbe saputo controllare, come ISIS insegna, con grave sdegno dei sauditi e, più ancora, di Erdogan l’islamista moderato che tuona contro l’Islam moderato. Insomma anche in Egitto l’Occidente ha lavorato contro le spinte di modernizzazione laica del paese, favorendo l’islamismo radicale.

Anche in Palestina l’occidente ha lavorando contro Fatah ed ha permesso alle frange islamiste più estreme di mettere radici e sostituirlo, trasformando così la lotta per la liberazione della Palestina in un qualcosa che è più facile spacciare per voglia di distruzione di Israele: anche qui l’Islam radicale può ringraziare il Grande Satana Americano.

Libia

Leggermente diverso il caso della Libia, dove la follia di Gheddafi ha sempre flirtato con l’islamismo: il suo più che socialismo arabo era, piuttosto, socialismo islamico, ma comunque lo si coniughi il socialismo è sempre una grave macchia per gli USA, di certo peggiore del fanatismo religioso, e poi la politica del Raìs è sempre stata ferocemente antisraeliana. Questo, forse, perché doveva gestire un sostrato già più fanatico di quello presente in Siria o Iraq, come gli eventi recenti dimostrerebbero. Anche qui, comunque, l’occidente ha fatto il gioco dell’Islam più radicale, gettando il paese in un caos dove dominano i signori islamici della guerra e riversando nell’Africa sub sahariana un arsenale bellico di cui i primi beneficiari sono stati i movimenti islamisti più sanguinari, fra i quali spicca Boko Haram.

E dunque, se l’occidente avesse favorito le istanze dei Baatisti e della Repubblica Araba Unita, anziché azzerbinarsi sulle esigenze di “Usraele” il volto del Medio Oriente sarebbe decisamente diverso. Ricordiamo, ad esempio, che il Libano era conosciuto come la Svizzera del Medio Oriente ed aveva un vivacissima vita notturna. Probabilmente oggi avremmo stati molto avanti nel percorso democratico e dove gli spazi di manovra per i fondamentalismi sarebbero estremamente ridotti, ma, specie, dagli anni 60, si è voluta giocare una partita diversa, contro i nostri stessi interessi, che ha portato ad un quadro drammatico e difficilmente recuperabile della situazione, in cui, nonostante l’esperienza acquisita, si continuano a perseguire interessi contrari a quelli europei e delle nazioni arabe, sempre più in mani ai deliri dei fondamentalisti, oggi in lotta anche contro i pupazzi di neve. 

Iran

L’operazione più infame dell’Occidente è stata, però, consumata nell’agosto 1953 in Iran, quando fu rovesciato il governo di Mohammad Mossadeq, che aveva osato, nel 1951, smantellare l'Anglo-Iranian Oil Company e costituire la National Iranian Oil Company. Colpa ancor più grave, da imputare a Mossadeq fu di  aver riportato una schiacciante vittoria diplomatica  in sede ONU sull'Inghilterra, che aveva congelato i capitali iraniani che si trovavano, in gran parte, nelle sue banche, rafforzato la presenza militare nel Golfo Persico ed attuato un blocco navale che impediva l'esportazione di petrolio e disposto un embargo commerciale. Insomma tutto l’arsenale che si dispiega oggi contro la “dittatura” iraniana, solo che, allora, l’uomo al comando stava spingendo per una democratizzazione e modernizzazione del paese, che collideva con gli interessi dello Scià, ma, anche, del potente clero sciita. Abbatterlo fu quindi gioco facile usando i militari fedeli al vero tiranno ed addomesticando il popolo grazie ai preti, che vedevano in pericolo i loro privilegi e le lor rendite. Mossadeq: la grande occasione persa dell’Iran.

Quella volta gli occidentali giocarono, però, solo di sponda con i fondamentalisti, infatti il potere restò allo Scià, ma anche così facendo lo appoggiarono e in maniera così miope che, alla fine, furono gli ayatollah a prevalere. Il primo aperto appoggio all’estremismo religioso da parte occidentale non sarebbe tardato ad arrivare e fu proprio poco dopo la rivoluzione iraniana: l’Afghanistan.

Afghanistan

Quell’Afghanistan che la prima grande operazione di mistificazione dei media mainstream, che fecero passare i fanatici per i difensori della libertà violata dai russi, solo che i russi sostenevano un governo che era stato democraticamente eletto, ma che aveva l’imperdonabile colpa di guardare a Mosca per costruire il suo futuro. Gli USA si trovarono così a dover, di buon grado, però, fomentare e prezzolare leader religiosi e signori della guerra e dell’oppio, facendo credere, a noi ingenui telespettatori, che tutti costoro fossero combattenti per la libertà, compreso un certo Bin Laden, non scordiamolo mai, così da poter fornire loro armamenti portatili di ultima generazione, senza i quali i ribelli non l’avrebbero mai spuntata contro il governo e letto sostenuto dai russi.

Bin Laden e la sua Al Qaeda che gli USA, va incidentalmente ricordato, hanno sostenuto fino ai tempi delle guerre di Cecenia e dei Balcani, perché un supporto atlantista al fondamentalismo islamico andava fornito anche in terre europee.

Il supporto dell’Occidente atlantista all’islamismo radicale in Afghanistan è stato estremo: prima di allora quel paese era il paradiso dei fricchettoni che andavano in India via terra e nelle strade di Kabul degli anni 60 c’erano più minigonne di quante, probabilmente, ne avreste incontrate a Palermo e le università erano piene di studentesse. Scenari che non si sono riproposti dopo le operazioni belliche per esportare democrazia, nulla è cambiato, ancora burqua e niente minigonne.

Come si fa, quindi, a sostenere che l’Occidente si sia schierato contro l’Islam. Contro gli afghani gli atlantisti hanno, invece, fatto di tutto, anche finta di andare contro il terrorismo, quando i Bin Laden si sono rivoltati contro di loro: un po’ come l’ISIS, mutatis mutandis. 

Insomma, perché mai gli estremisti islamisti dovrebbero lagnarsi degli occidentali, visti i favori che hanno da loro ricevuto? Come si fa a sostenere che le forze armate e finanziarie sono nelle terre dell’Islam contro i più fervidi seguaci del profeta, dato che sono legate a doppio filo con Riad e continuano a combattere ogni spinta di secolarizzazione nelle regione? Basti vedere come sono state abbandonate le donne di Kobane. Che il terrorista islamico la smetta quindi di minacciare il suo più prezioso alleato: l’Occidente atlantista.

Solo due parole, per concludere, su chi vede una superiorità occidentale e su chi, invece, ne denuncia l’inesistenza, a costo di scadere nel tafazzismo: bene, provocatoriamente viene da confermare che la superiorità occidentale è inesistente, ma che c’era, e avrebbe potuto esserci, una superiorità europea.

I fondatori del Partito Baat, infatti, erano gente che si era formata in Francia dove si era nutrita di ideali Mazziniani, Nietzschiani e Leninisti, ma conditi in salsa araba, com’è giusto fosse. Costoro erano gente che aveva una eccellente preparazione e avrebbe potuto condurre con successo decolonizzazione, anche economica, del paese. Anche Mossadeq aveva studiato in Francia, una Francia che era ancora fieramente europea e così orgogliosa dei suoi ideali da trasmetterli anche a chi li avrebbe usati per sbarazzarsi del suo dominio, vedi, giusto per fare due nomi “a caso”,  Hồ Chí Minh e Giap in oriente. In realtà tutta una generazione di potenziali decolonizzatori si era formata in Europa e, soprattutto, in Francia abbeverandosi ai principi della République, come anche il grande Senghor, il vate della negritudine, Prince des poètes e Accademico di Francia, un “immortale”.

Solo che mentre per decolonizzarsi il mondo, medio oriente compreso, guardava all’Europa ed al suo modello di libertà, che ritenevano, non così a torto, avesse in Francia la sua espressione più alta, questa li tradiva e sceglieva di farsi colonizzare dal modello yankee, vendendo così le istanze e i principi di libertà a prezzi di “mercato”, aprendo così ad un nuova colonizzazione di mero sfruttamento economico, quello che sfrutta senza neppure costruire scuole o strade. 

Se un tempo la migliore gioventù di Africa e Oriente, Medio o Estremo, andava alle migliori scuole di Francia, ma non solo, per acquisire dimestichezza con l’umanesimo europeo e aprirsi alla libertà, adesso nelle migliori università, che son divenute occidentali, possono anche andarci i figli dei tiranni del Golfo, tanto ormai vi si insegna solo economia, così che possano imparare come meglio sfruttare i popoli senza rinunciare al fondamentalismo religioso, che anzi li aiuta nel tenerli “sottomessi”.

Anzi ormai l’Islam radicale è così ricco e potente che può permettersi di comprare a prezzo di saldo un adeguato numero di infedeli che possa continuare a perseguire quella politica di aggressione armata ai peggiori nemici dell’Islam fondamentalista, senza che nessun media se ne accorga, naturalmente, perché il giornalista mainstream è “Charlie Hebdo” solo quando fa figo. 

Ferdinando Menconi

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