Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Uno Stato senza autorità

Il titolo del New York Times “Non c'è angolo d'Italia immune dalla criminalità” fotografa perfettamente la realtà del nostro Paese dove le più svariate bande di delinquenti la fanno ormai da padrone. Certo, si potrebbe replicare al quotidiano di oltre Atlantico che anche gli Stati Uniti registrano una presenza diffusa delle varie mafie. Oltre a quella italo-americana, quelle colombiana, messicana, cinese, russa, vietmanita, coreana, tanto per citare le più potenti.

Si tratta di gruppi che muovono miliardi di dollari e che amministrano un patrimonio gigantesco accumulato negli anni grazie al controllo del traffico di droga. Cosa Nostra, in particolare, ha le mani nella gestione dei sindacati. Non solo quello dei camionisti (negli anni cinquanta controllato tramite lo storico leader Jimmy Hoffa, poi inghiottito dalla lupara bianca) ma anche quello dei lavoratori edili a New York, manovrato dalle storiche 5 Famiglie (Gambino, Genovese, Bonanno, Lucchese e Colombo) e che è in grado, se volesse, di bloccare tutte le costruzioni di nuovi edifici. 

La situazione italiana è però molto più grave perché la criminalità controlla, di fatto, il territorio del Paese. Un controllo capillare che non riguarda più soltanto le quattro regioni del Sud. Infatti Mafia, Ndrangheta, Camorra e Sacra Unita, dopo essersi arricchite enormemente negli anni settanta e ottanta con il traffico di stupefacenti, hanno allungato le proprie voraci mani su migliaia e migliaia di attività imprenditoriali, ripulendo di fatto e legalmente i capitali sporchi. Una svolta che non ha fatto sparire ma anzi ha rafforzato la tradizionale presenza negli appalti pubblici e le estorsioni ai danni delle imprese che ha sempre caratterizzato l'attività delle cosche, unito al controllo di un grande pacchetto di voti che alle elezioni si fanno pesantemente sentire. Basta ricordare le messi di voto che gratificava la corrente andreottiana di Salvo Lima e i 61 deputati su 61 che il centrodestra berlusconiano ottenne in Sicilia nelle elezioni del 2001. 

Il tragico è che le cosche da decenni hanno spostato la propria presenza e i propri capitali anche al Nord, e portando in loco gli stessi strumenti utilizzati al Sud. L'incredibile è che, quella che marxianamente, si può definire “l'accumulazione primitiva di capitale” operata da Cosa Nostra e dalla Ndrangheta nei primi anni settanta grazie ai sequestri di persona (i corleonesi di Liggio e le Ndrine della provincia di Reggio Calabria) riguardò proprio il Nord Italia. Essa si svolse nella quasi indifferenza dei governi e dei politici meridionali che vedevano bene i “ritorni” economici ed elettorali che i ricavi dei sequestri avrebbero avuto nel Sud. Oggi nel Nord industriale ed in quello che ne resta le cosche taglieggiano le imprese e sono diventate esse stesse imprese. Una realtà della quale non si parla a sufficienza e che sta riportando il nostro Paese alla seconda metà del primo millennio quando l'Italia era priva di un governo e di una autorità centrali, quando il potere era in mano ai vari signorotti locali che disponevano a piacimento della vita degli abitanti che di fatto erano loro sudditi. Una realtà che, seppure in toni minori, si è realizzata a Roma dove sulle ceneri della Banda della Magliana si sono impiantate gruppi affaristici e politico-criminali in grado di condizionare pesantemente la vita stessa della città e le scelte della giunta.

 Il clan Carminati non è il solo esistente e per volume di soldi movimentati non è certamente il più potente. La Mafia, la Camorra e la Ndrangheta sono ormai da decenni impiantati nel Lazio. I primi a fasi vedere furono negli anni i siciliani di Frank Coppola (un boss espulso dagli Usa alla fine del 1945) che dalla sua casa di Ardea trafficava in droga e che mise le mani e i suoi soldi nella cementificazione del litorale laziale a sud della capitale negli anni sessanta. Una Roma nella quale la zona sud, in particolare il quartiere dell'Anagnina, è sotto il controllo dei Casamonica, una famiglia di rom abruzzesi che da anni è sotto il tiro della magistratura e della guardia di finanza che più volte gli hanno sequestrato parte del patrimonio frutto di attività come l'usura. 

Anche la capitale economica italiana, Milano, vive drammaticamente questa nuova realtà. Le indagini della magistratura e le inchieste delle associazioni di categoria ci dicono che sono numerose le imprese che devono pagare il pizzo alle cosche mafiose presenti in loco. Lo stesso succede nella rossa Emilia, a dimostrazione che si tratta di un fenomeno diffuso contro il quale sembrano non esserci soluzioni perché i governi non si rendono conto, o non vogliono rendersi conto, che non si tratta più di casi di criminalità isolata ma di un sistema all'interno del quale l'autorità delle cosche si è sostituita inesorabilmente a quella dello Stato che non dispone più nemmeno della forza militare (perché di questo si tratta) per combatterle e sconfiggerle. 

Lo sfaldamento dell'Italia nasce anche da questo. Serve quindi a poco o a niente rendere sempre più precario e flessibile il “mercato” (sic) del lavoro, rendendo più facili i licenziamenti, per invogliare le imprese ad assumere se poi non si pensa minimamente ad invogliare i potenziali imprenditori ad aprire una attività. Se all'invasività di una burocrazia idiota ed ottusa si aggiunge la variabile negativa rappresentata dal pizzo da versare alle cosche, chi avrà mai voglia di creare una nuova azienda in Italia? Quel che vale per le imprese italiane vale ancora di più per quelle straniere che non vogliono avere rotture di scatole e che di fronte alle prime difficoltà sceglieranno di andare ad investire da un'altra parte. In Italia manca la certezza. La certezza del diritto e delle regole che lo Stato ha rinunciato a fare applicare tanto da creare varie autorità sostitutive a livello locale che lo stanno facendo al suo posto. Solo che le regole imposte sono le loro.

Irene Sabeni

I nostri Editori

Aggressione occidentale all’Islam? Ma anche no

Bce e Grecia, le due prossime bufale