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La libertà che non libera tutti

L’aggressione alla redazione del settimanale Charlie con l’uccisione dei giornalisti ha aperto, in Europa e non solo, un tema che ne ha innescati diversi altri. Dal concetto di libertà a quello di sicurezza, dalla presunta aggressione del fondamentalismo islamico all’occidente a quella delle responsabilità di quest’ultimo nella nascita e nella fomentazione stessa dell’Isis. Oltre naturalmente a tutta la pletora di significati e significanti retorici che siamo tra i più bravi al mondo ad abbinare a circostanze del genere, con gli ulteriori beceri corollari utili alle più mere e deteriori logiche interne di carattere elettoralistico.
Impossibile in questa sede analizzare ogni aspetto. La cosa più utile, a nostro avviso, è cercare se non altro di ripristinare alcune coordinate generali, almeno una, troppo facilmente persa di vista, nei commenti più istintivi a quanto accaduto, senza la quale è impossibile (e irrilevante) analizzare qualsiasi fenomeno.
È ovvio che il modo abominevole con il quale sono stati massacrati i collaboratori di Charlie Hebdo fa rivoltare lo stomaco, ma occorre mantenere l’uso della ragione. Il che equivale a imporsi una distanza necessaria a osservare quanto accaduto.
Un elemento in particolare vogliamo analizzare, ed è quello relativo alla reazioni sociali che questo evento ha suscitato e al fatto che si sia voluto semplicisticamente individuare in chi non ne ha abbracciato i moti in tutto e per tutto come un implicito sostenitore del terrorismo. O quanto meno come qualcuno che ha riconosciuto, almeno in parte, le ragioni dell’attentato. Chi non si è immediatamente schierato dalla parte del Je Souis Charlie è stato dunque additato come un soggetto che, in un modo o nell’altro, giustificava in qualche modo l’operazione dei fratelli Kouachi. Così non è. Ma è una operazione classica del nostro mondo quello di dividere il tutto in due, buoni e cattivi, bianco o nero, escludendo, con questa suddivisione sommaria subito abbracciata da tutti, qualsiasi tipo di ragionamento ulteriore. Aspetto tipico e speculare, si converrà, di qualsiasi tipo di fondamentalismo.
Ora, se è vero che quello che professa (e pratica) l’Isis è un fondamentalismo puro e semplice, ancorché terribile e fomentato quanto si vuole dalle opinabili operazioni occidentali in terre che non ci appartengono, è altresì vero che annullare, dalle nostre parti, qualsiasi possibilità di riflessione su quanto accaduto, rappresenti allo stesso modo la dimostrazione del fondamentalismo occidentale inerente il pensiero unico che regna sovrano sui nostri media, sui nostri social network, nei salotti della nostra intellighenzia. E a quanto pare anche nelle strade.
E allora bisogna sottrarsi in primo luogo al nostro, di fondamentalismo. Tanto per dirne una, contrariamente a quanto si afferma in merito al fatto che la libertà è un valore assoluto, va sottolineato che se a essere oggetto di una aggressione simile fossero stati i redattori di qualsiasi altro giornale, in qualsiasi Paese europeo, che non fa parte del circuito ufficialmente accettato, certamente non si sarebbe levata in alto nessuna indignazione di massa. Nessun esponente politico avrebbe partecipato ad alcuna marcia. E allora.
Charlie Hebdo era - ed è - un giornale liberale-libertario perfettamente integrato all’interno del gruppo degli organi di stampa della ideologia dominante.
Sempre rimanendo in Francia, se fosse stata attaccata la redazione di Valeurs Actuelle (un settimanale di destra moderata) invece di Charlie Hebdo, si può quasi giurare che non ci sarebbe stata alcuna sollevazione anche paragonabile solo in parte con quanto avvenuto a Parigi e in tutta Europa nei giorni scorsi.
Altra mistificazione: viene fatto passare il concetto che Charlie Hebdo aveva fatto della libertà di espressione il cavallo di battaglia principale della sua azione. Ne siamo sicuri? Quanti sanno, ad esempio, che nel 1999 i dirigenti stessi di quel giornale avevano consegnato al ministero dell’interno una serie di casse contenenti quasi 174 mila firme per chiedere la messa fuorilegge del Front National?
Non ci pare una aderente dimostrazione del principio di libertà.
Insomma, in materia di libertà di espressione, lo stesso Charlie e la Francia nel suo insieme, ma tutto il nostro mondo, adottano il classico metodo dei due pesi e delle due misure: se ci si esprime secondo l’ideologia dominante si è liberi di farlo, altrimenti no. Il caso Dieudonné è lì, proprio in questi giorni, a dimostrarlo efficacemente. Bisogna pure che qualcuno lo dica.
E allora, così come ha scritto recentemente Alain de Benoist citando a sua volta Rosa Luxembourg - “la libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente” - è chiaro che ci si può ergere a paladini della libertà solo nel caso in cui si è sul serio pronti a farne beneficiare proprio quelli che si esecrano.
Esiste la libertà di e la libertà da. Che sono cose diverse. Ci si può professare liberi di esprimersi, e ci si può battere per questo, solo nel caso in cui ci si riconosce (e ci si batte per permettere agli altri di riconoscersi) liberi da qualsiasi altro tipo di ideologia dominante.
E questo è esattamente ciò che il nostro mondo rifiuta pur dichiarandosi ipocritamente per un principio che esso stesso non tollera venga applicato agli altri.
Valerio Lo Monaco

 

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