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“Out of the Crisis”: la fiction USA-UE

Prima Obama e poi Draghi. Nel giro di nemmeno due giorni: martedì sera il presidente degli USA, ieri pomeriggio il governatore della BCE. Come in una coproduzione tivù tra reti diverse che ufficialmente sono autonome ma che in pratica fanno capo ai medesimi investitori: una specie di spin-off tra due serie di grande impatto e che marciano (o tirano avanti…) in parallelo.

Il titolo del doppio episodio è quasi lo stesso. “Out of the Crisis”. L’unica cosa che cambia è che nella versione statunitense c’è un perentorio punto esclamativo, che invece diventa interrogativo in quella europea. Non proprio una differenza trascurabile, ma si sa che le due vicende – i due plot – hanno un certo grado di disallineamento. Per cui, diciamo così, qui da noi è come se fossimo indietro di un paio di stagioni.

Lo stesso “colpo di scena” che ci hanno ammannito ieri – la sofferta decisione di avviare un piano massiccio e prolungato di quantitative easing – oltreoceano l’hanno visto da un pezzo. D’altronde, si tratta di una sorta di riproposizione del classico «Arrivano i nostri» dei film western: solo che al posto delle Giacche azzurre d’antan ci sono le Giacche grigie delle Banche centrali. E invece del crepitare dei Winchester c’è il frusciare delle banconote, che peraltro è solo un espediente sonoro a uso e consumo del pubblico visto che ormai i grandissimi capitali sono cifre inserite nei computer e, perciò, non producono più nessun rumore. Rumore no. Disastri sì. Rumore no. Danni collettivi e vite schiantate sì. A volontà. A volontà di chi tira i fili. Di chi schiaccia i tasti. Di chi controlla l’alta finanza occidentale.

La fiction ci racconta tutt’altro, ovviamente. Ci dice, anzi ci ripete, che l’happy end dipende soltanto da noi. Dal fatto che ciascuno si rimbocchi le maniche e ci dia dentro. Per quanto la lotta sia dura, e imponga sofferenze e angoscia a molti milioni di persone, non bisogna mai smettere di combattere e di inseguire la vittoria. I generali sono dalla nostra parte, anche quando non li vediamo. I generali sono angustiati come noi, anche se a guardarli non si direbbe proprio. I generali non vedono l’ora di festeggiare insieme alle truppe, appena ve ne siano le condizioni.

Il monologo pronunciato martedì da Barack Obama (ma accuratamente composto dal suo speechwriter di fiducia, Cody Keenan) risuona appunto come il discorso trionfale di un comandante che ha ribaltato gli esiti di una guerra cominciata malissimo e costellata di vittime. Gli anni bui del recente passato vengono rievocati fin dalle prime battute, ma anziché alla crisi finanziaria del 2007-08 si fa riferimento agli attentati del settembre 2001. Ma certo. Il nemico deve sempre arrivare dall’esterno, affinché nessuno lo cerchi, e magari lo trovi, annidato nel cuore stesso del sistema. Il Paese (My Country) è per definizione un tutt’uno. Un blocco compatto, adamantino, incrollabile.

Alzatevi in piedi, Ladies and Gentlemen. E voi prendete esempio, europei ancora troppo restii a incamminarvi sulle stesse identiche tracce della “più grande democrazia del pianeta”.

«Stasera, si volta pagina. Dopo un anno di svolta per l’America, la nostra economia è in crescita e la creazione di posti di lavoro corre al ritmo più veloce dal 1999. Il nostro tasso di disoccupazione è ora più basso di quanto non fosse prima della crisi finanziaria. I nostri ragazzi si laureano più che mai e la nostra gente è più assicurata che mai. Siamo liberi dalla morsa del petrolio straniero, come non lo siamo mai stati in quasi trent’anni. Stasera, per la prima volta dall’11 settembre, la nostra missione militare in Afghanistan è finita. Sei anni fa, circa 180.000 soldati americani hanno servito in Iraq e in Afghanistan. Oggi, ne rimangono meno di 15.000. Salutiamo il coraggio e il sacrificio di ogni uomo e donna di questa generazione 11 settembre che ha servito per tenerci al sicuro. Siamo umilmente grati per il vostro servizio. America, per tutto quello che abbiamo sopportato, per tutta la grinta e il duro lavoro necessario per tornare in piedi, per tutti i compiti che ci attendono, sappiate questo: l’ombra della crisi è passata, e lo stato dell’Unione è forte».

Non è mica retorica, ci mancherebbe. È patriottismo.

Federico Zamboni

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