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Ci giochino i fessi, al Toto Quirinale

Chi prenderà il posto di Napolitano? È una delle domande più inutili, e fuorvianti, che ci si possano porre. L’ingannevole sottinteso, infatti, è che nelle fintissime democrazie odierne le persone che occupano i vertici istituzionali siano davvero importanti, con un’autentica facoltà di derogare ai diktat del sistema (internazionale!) e di assumere decisione autonome. Conseguentemente, qui in Italia, l’esca che viene gettata alla pubblica opinione è che l’ormai incombente avvicendamento alla presidenza della Repubblica possa avere conseguenze davvero significative, facendo pendere la bilancia della politica interna da una parte o dall’altra e indirizzandone le decisioni e gli eventi sull’arco dei prossimi sette anni.

Una totale sciocchezza, per chi abbocca all’amo. E una mistificazione cruciale da parte di chi quell’amo lo lancia.

La verità è completamente diversa. L’influsso del Capo dello Stato è effettivo, o persino determinante, solo a patto che esso si mantenga all’interno delle logiche dominanti. Come si è visto benissimo con lo stesso Napolitano, attualmente la funzione di chi “assurge” al Quirinale è quella di un funzionario dell’establishment occidentale di matrice USA. Per ovvie ragioni di messinscena costituzionale la sua nomina compete al Parlamento, ma la natura del suo mandato eccede di gran lunga la dimensione nazionale e si inscrive in logiche ben più ampie. Al punto che gli stessi media mainstream lo riconoscono (o lo rivendicano…) senza alcun imbarazzo.

Per citare solo due esempi, entrambi del 15 gennaio scorso, ossia all’indomani dell’ufficializzazione delle dimissioni di Napolitano, ed entrambi targati Il Sole 24 Ore, ecco un’accoppiata composta da un articolo intitolato La mutazione genetica del Colle, garante dell’Italia in Europa e da un altro, firmato dal direttore del quotidiano di Confindustria, che sotto il titolo Il Presidente che serve al Paese si richiama alla figura di Helmuth Kohl per auspicare l’elezione di un uomo «di statura internazionale», in quanto essa «serve oggi a un Paese come l’Italia che vive una transizione complicata e fatica a conquistare la normalità in uno scenario mondiale con un solo vero motore che è l’America».

L’antefatto su cui scommettere a cuor leggero, quindi, è che le suddette dimissioni siano state presentate nella assoluta certezza che non ci fosse alcun rischio di sorprese. Ovvero di discontinuità. La tesi dell’abbandono per sopravvenuto sfinimento è ridicola: e anche uno come Ilvo Diamanti, che pure l’ha recentemente sostenuta affermando che «la stanchezza di Napolitano è comprensibile», ha subito aggiunto di non ritenere «che andrà in pensione. Per molti anni ha recitato la parte dell'attore politico, più che del garante. Continuerà a farlo. Finché avrà energie».

Appunto: oggi il Quirinale è più che mai una dépendance di Washington, da intendersi nella duplice accezione di sede sia della Casa Bianca che della Federal Reserve. Il cosiddetto “Capo dello Stato (italiano)” è in effetti un “luogotenente dello Stato Maggiore (USA)”. In vista del passaggio di consegne che avrebbe dovuto avvenire già due anni fa e che sta per avvenire adesso, la triangolazione è consistita nel far sì che Napolitano portasse Renzi a Palazzo Chigi, affinché Renzi potesse stringere con Berlusconi il Patto del Nazareno e assicurare perciò, tra l’altro, che a Napolitano subentri una figura della medesima “affidabilità”.

Qualcuno ha ancora voglia di perdere il proprio tempo a interrogarsi sul nome del sostituto? Noi no. Ci basta sapere per quale holding lavorerà. E a quali scopi.

Federico Zamboni

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