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Tragedia greca secondo atto. Altro che rivoluzione

Analizzare quanto avvenuto alle elezioni in Grecia, e in particolare la schiacciante vittoria di Alexis Tsipras e di Syriza nel suo complesso, al momento significa occuparsi di un programma elettorale e del suo successo nelle urne, o poco più. 

Il che è già qualcosa, beninteso, non fosse altro che per il fatto di rilevare un popolo che si esprime con percentuali eloquenti per un unico partito il quale, quasi da solo, può adesso governare senza cercare un numero elevato di alleanze poco ortodosse. I pochi seggi che mancano a Syriza per la maggioranza assoluta sono stati prontamente assicurati dal partito di destra moderata del Paese. In Italia si direbbe di “larghe intese” ancorché con elementi di provenienza politica opposta. E questo già è in grado di dire molte cose.

Intanto, prima nota, a questo punto dovrebbe essere chiaro anche ai più facinorosi (soprattutto nostrani) del leader greco che Syriza non ha affatto intenzione di lasciare l’Euro e dunque questa Europa dei banchieri. Del resto solo un ingenuo poteva credere in una svolta di questo tipo da parte di un uomo, Tsipras, che oggi sarebbe stato pronto a dichiarare rottura e voglia di uscita con una istituzione che solo qualche mese addietro invece puntava per diventarne deputato. Eppure, tali abbagli, dalle nostre parti ci sono stati. E più di qualcuno è ancora in corso.

Ma allora cosa aspettarsi di veramente “radicale” da questo governo? Non molto, purtroppo. Ribadiamo: al momento è possibile solo fare una analisi relativa a un programma elettorale. Programma che, come nella migliore tradizione, è costellato di propositi e slogan senza entrare minimamente nei dettagli necessari alla sua applicazione. E anche a questo, dalle nostre parti dovremmo essere vaccinati.

Tsipras dichiara un netto cambiamento nei confronti della austerità che ha piegato il popolo greco, e ha preso di mira, a parole, direttamente “la troika”, con efficace soluzione mediatica propagandistica, proprio per dare una voce ai milioni di greci in cerca di rappresentanza politica per incanalare la comprensibilissima rabbia accumulata negli ultimi anni. Ma, a quanto pare, in pochissimi sembrano avere colto, da quelle parti come altrove, che per cambiare seriamente la situazione non basta modificare ciò che viene fatto nelle stanze di Bruxelles, Berlino o Washington, ma che è invece necessario eliminare alla radice i presupposti stessi di quel sistema - il sistema dell’Euro per quanto ci riguarda, cioè della moneta debito - per poter tentare seriamente una modifica all’esistente.

Tsipras intende rinegoziare, anche in modo piuttosto sostanzioso, i termini della restituzione del debito da parte della Grecia e le misure di austerità che a suo tempo le sono state imposte onde rifondere col sangue dei cittadini il prestito ricevuto dal Fondo per far confluire il denaro alle Banche (soprattutto tedesche e francesi) esposte nei confronti di Atene. L’Europa, e anche Berlino nello specifico, a questo punto dovranno accettare alcune soluzioni non ortodosse di rinegoziazione. Ovvero un ulteriore pezzetto di default della Grecia - per come lo si vorrà chiamare mascherando ancora i contorni di un fallimento totale - poiché anche da quelle parti si è capito che la situazione non può comunque risolversi né continuare ad andare avanti, senza via di uscita, in questo modo.

E questo secondo aspetto dice molto. Per essere più precisi: dice chiaramente ciò che dovrebbe portare però a conclusioni del tutto differenti da quelle cui si sta giungendo. Questa concessione da parte dei creditori corrisponde a una implicita ammissione di impossibilità di uscita dalla situazione attuale attraverso le ricette che pure sino a ieri (e sino a oggi, per gli altri Paesi europei) indicavano e indicano come uniche possibili ed efficaci per risolvere la crisi dei debiti pubblici. 

Significa ammettere, molto semplicemente, ciò che alcuni analisti (non diffusi, non ascoltati) affermano da tempo: quel debito è inesigibile. 

Il fatto che sia anche illegittimo, poi, ci sposta al cuore della questione. Malgrado i salti di giubilo dei vari altri governi europei per il risultato greco di ieri, con la pletora di retoriche in merito al fatto che finalmente i greci riscoprono la democrazia scegliendo per un governo di popolo, la Grecia non torna affatto sovrana

Stendiamo un velo pietoso sui commenti di adesione entusiastica da parte del governo Renzi che ha al suo interno una politica di appoggio totale alle misure “alla Monti”, tanto da aver previsto 30 miliardi di nuove tasse automatiche (Iva e accise), dal 2016 in poi, ove non si raggiungessero gli obiettivi indicati proprio dai diktat europei, e allo stesso tempo intende salire sul carro dei vincitori greci che quei diktat stessi dichiarano di non voler rispettare. Ma in merito alla situazione nel suo complesso non possiamo tacere sull’aspetto cruciale relativo, appunto, alla sovranità.

Usciamo dalla sociologia elettorale e cerchiamo pertanto di vedere le cose dalla giusta distanza. Le intenzioni di Tsipras sono quelle di una rinegoziazione di buona parte della situazione attuale ma rimanendo all’interno dello stesso schema. Dialogando (anche con toni alti) con i medesimi soggetti che invece andrebbero ripudiati nel complesso. 

In parole più sintetiche: rimanendo all’interno di questa logica economica e finanziaria, cioè l’Euro della Banca Centrale Europea e il suo controllo politico da parte della Ue e dell’Fmi, si priva qualsiasi discorso della sua portata potenzialmente rivoluzionaria. La Grecia continua a dipendere dalla moneta debito che decide di voler continuare ad adottare e dalle leggi che ne regolano proprietà, valore, circolazione, interessi e politiche.

La sovranità necessaria a riprendere in mano le redini del proprio destino non viene rivendicata né nuovamente acquisita. E dunque tutto il resto ne consegue.

Cosa aspettarsi? Niente di meno e niente di più di quanto andiamo ripetendo ormai da quasi due anni. La situazione potrebbe migliorare, di un po’, sul medio periodo. Sia a livello greco (e vedremo poi effettivamente come si risolverà il pugno duro di Tsipras di fronte alla Commissione e alla Merkel) e anche a livello Europeo. Sia perché il caso greco rappresenta comunque un precedente di rinegoziazione ulteriore del debito (gli altri Paesi sono avvertiti), sia perché anche la BCE, attraverso il Quantitative Easing appena annunciato, intende dare fondo alle ultime armi che le rimangono per cercare di mantenere in piedi l’illusione di un meccanismo - quello dell’Euro - destinato comunque alla dissoluzione.

Sul lungo periodo, e soprattutto sull’esito finale di questa parabola debitoria derivante dalla perdita degli Stati Nazionali della propria moneta, proprio dal punto di vista logico e aritmetico, invece, non ci sono dubbi. La traiettoria verso lo schianto rimane la medesima. 

Valerio Lo Monaco

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