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"Dì al Papa che se mi gira mi faccio anche vescovo"

Libby Lane, 48 anni, femmina, è vescovo. La notizia è arrivata anche da noi dove “non si ha altra Chiesa all’infuori di quella cattolica” ma comunque alla stampa italiana sembra interessante che quella Anglicana abbia inserito la possibilità per le donne, già reverende, di diventare vescovo. 

E insomma, il fatto è questo: c’è una donna vescovo a capo di Stockport, nel Regno Unito. Una di quelle cose che a guardarle così, superficialmente, sembrano una grande trovata, una pietra miliare nell’emancipazione femminile, una di quelle novità capaci di far parlare per ore gli opinionisti di turno nei talk show, a blaterare di parità di genere e di quanto inserire donne “al potere” sia giusto, sacrosanto e positivo.

Lasciando a altra sede ma tenendo a mente la questione del maschilismo insito in tutte le religioni più diffuse, che elaborate da uomini in società patriarcali non potevano essere altrimenti, una donna vescovo non è forse un passo avanti nell’affermazione del “femminile” in un mondo governato da uomini, è al contrario una conferma di quanto questo mondo sia sempre stato e sia tutt’ora “maschile”. Interessante è una filosofia, una religione, una teoria, una politica elaborata da una “mente” femminile che trovi spazio, non l’ennesima mascolina personalità che gli uomini inseriscano tra loro. Il concetto è portato alle sue estreme conseguenze, ma rende chiaro come non basti mettere a fare il vescovo, il segretario di partito o il Presidente qualcuno con scritto F sulla riga del “genere” sulla carta d’identità per poter parlare di parità. Che impronta lascia una donna che per emergere si cala in abiti maschili, abbraccia un modo di fare, uno stile e un taglio che non gli è proprio, forza se stessa per uscire dagli stereotipi o al contrario vi si cala per inerzia? E siamo scuri che questa stessa domanda non possa essere posta anche a un uomo? Non c’è alcun progresso in quelle società che non lasciano libertà di scelta, che forzano le menti incanalandole in comportamenti, parole e costumi, rendendole schiave. La questione è di certo più ampia, e comprende fenomeni quali il consumismo, l’information overload, i notiziari show e la manipolazione dell’opinione pubblica, ma per quanto riguarda la parità di genere il problema affonda le sue radici così indietro nel tempo da sembrare un assioma insito nella creazione del mondo. Eppure, così non è. Sono esistite civiltà matriarcali così come patriarcali, dei e dee, padri-padroni e madri-matrigne. L’unica cosa che il genere umano avrebbe dovuto imparare da questa storia è che uomini e donne uguali non sono e che in situazioni diverse sono in grado di assumere il ruolo di sesso forte o debole, spesso a completamento piuttosto che a discapito dell’altro. Tutta questa ricchezza, tutta questa gamma infinita di possibilità, è però schiacciata dalla necessità che ha la società di vivere di tranquilli e prevedibili stereotipi nei quali sguazzare bellamente - e trovare facilmente target pubblicitari. Chiunque voglia uscirne spesso rischia di cadere in altri modelli ugualmente scomodi, malgrado gli sforzi: da “velina” a donna in carriera - ma anche da padre di famiglia a eterno ragazzino e così via. La verità è che si è confuso l’accesso alle opportunità con l’appiattimento delle differenze. 

Perché un mondo in cui siamo tutti riportabili a categorie, più o meno particolari e particolareggiate, è estremamente rassicurante - e prevedibile. 

Sara Santolini

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