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Quirinarie M5S: do you like Mr. Prodi?

Si è seminato male, a suo tempo, e si continua a pagarne il prezzo. L’assemblea plenaria dei parlamentari del M5S stabilisce la rosa dei dieci possibili candidati al Quirinale, su cui si voterà oggi dalle 9 alle 14 con l’immancabile consultazione on-line, e nell’elenco si ritrovano almeno due nomi che non dovrebbero esserci per nessunissima ragione: Romano Prodi, che del resto era già comparso tra i papabili del MoVimento nelle consultazioni on-line di due anni fa, e Pier Luigi Bersani.

La spiegazione, si fa per dire, è che in questo modo si spera di mettere in difficoltà Renzi, fino a far saltare il Patto del Nazareno e, quindi, l’intera alleanza con Berlusconi. In teoria, un sassolino nell’ingranaggio, allo scopo di farlo inceppare. Di fatto, l’ennesimo segnale di confusione sia nelle chiavi di lettura che nelle strategie, come se qui in Italia, o in Europa, la soluzione ai problemi esistenti consistesse nel piazzare i “meno peggio” all’interno degli organigrammi istituzionali anziché nello scardinare il sistema economico che li ispira, li condiziona, li vincola.

Il risultato, grottesco, è questa oscillazione continua tra le requisitorie sprezzanti in stile V-Day e i maldestri tentativi di ritagliarsi un ruolo nelle dinamiche della politica “politicante”. Vedi, in particolare, l’assurda offerta avanzata nel giugno dell’anno scorso e volta a dialogare con lo stesso Renzi sulla nuova legge elettorale, nel presupposto totalmente sballato che il voto delle Europee lo avesse di colpo legittimato quale interlocutore politico. Qui sul Ribelle denunciammo subito l’abbaglio, ma i Grillo-Fan la presero male come al solito: chi critica il Papa Beppe è per definizione un miscredente, uno snaturato che bestemmia Dio e offende i fedeli.

Oggi ci risiamo. Martedì Grillo e Casaleggio hanno inviato una lettera aperta a ciascuno dei deputati e dei senatori del Pd invitandoli a «esprimere le [proprie] preferenze per i candidati alla presidenza della Repubblica. I nomi proposti dai parlamentari del Pd saranno votati dagli iscritti al M5S on line nei prossimi giorni. Rendere pubblica una rosa dei nomi crediamo sia un esercizio di democrazia oltre che un ponte tra forze democratiche e un obbligo di trasparenza verso i cittadini». A seguire, un vanitosetto tweet di contorno “@matteorenzi”: «Guarda e impara cos’è trasparenza e partecipazione». Risultato: hanno risposto in pochissimi e però, dando loro la parola, ci si è fatti imporre la candidatura di quella vecchia volpe di Prodi. Al quale si è aggiunto, su iniziativa di Alessandro Di Battista, quel vecchio “volpino” di Bersani.

Tra i parlamentari del M5S, a onor del vero, più di qualcuno è insorto. E la sintesi di Alberto Airola, attuale capogruppo al Senato, è ineccepibile: «Pensare di mettere in crisi e in difficoltà il sistema votando Prodi o Bersani è pura follia. L'angoscia di qualcuno che pensa che facendo il nome di Prodi si possa spezzare un patto d'acciaio, è follia e non è neanche da Movimento 5 stelle. Riuscire a vedere che 300 persone voteranno Prodi o Bersani e poi magari passano Finocchiaro o questi personaggi qua... Mi sembra inutile».

Ma tant’è. Le contraddizioni, anzi i vizi, fanno parte delle scelte iniziali, e invece di spazzarle via attraverso un doveroso ripensamento si persiste nell’errore. Il terreno recintato/coltivato dall’M5S rimane assai fertile, nel senso che moltissimi vi lavorano in buona fede e con le migliori intenzioni, ma lo stato delle colture è a dir poco caotico. La promessa era che sarebbero sorte le piantagioni rigogliose, e meravigliose, della democrazia diretta a mezzo Web, col mitologico “popolo della Rete” che si risveglia e si raduna intorno al totem del salvifico «uno vale uno». La realtà è che si è sbagliato e si continua a sbagliare, quali che ne siano i motivi: da un lato si sono elette decine e decine di persone che si sono sentite libere di interpretare a modo loro quell’equivoco principio di autodeterminazione; dall’altro, ed è molto peggio, si pencola tra le fughe in avanti di un ipotetico referendum anti euro, che in assenza di un recupero della sovranità monetaria resta poco più di uno specchietto per le allodole, e il ritorno nei ranghi di una scelta democratica del successore di Napolitano.

Renzi & C. possono dormire sonni tranquilli, se chi dovrebbe fare piazza pulita non ha nemmeno la lucidità necessaria a identificare in modo inequivocabile il nemico da combattere: che non si può certo ridurre ai funzionari dell’establishment, ma che va innalzato a chi ne tira i fili. Auspicare un presidente della Repubblica “di garanzia” significa non aver capito nulla dei meccanismi del potere. Il Quirinale è solo una sede di rappresentanza, o di location, in cui far esibire gli illusori custodi dell’unità nazionale e della Costituzione del 1948, e chi vi risiede di volta in volta ne è soltanto il maggiordomo.

Federico Zamboni

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