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La guerra di Eastwood

Com’è, la guerra, vista dalla parte dei cosiddetti “giusti”? Più bella e più pulita, forse? Questi potrebbero essere i primi interrogativi da porsi guardando il recente film di Clint Eastwood, “American sniper”. 

La trama – basata su una storia vera e trascritta poi dallo stesso protagonista – ruota intorno alle gesta belliche di Chris Kyle, che, allevato dal proprio padre alla mira e alla fermezza d’animo, da girovago e spensierato cow boy diverrà il cecchino più celebre d’America per le sue prestazioni in Iraq dal 2003 al 2009.

Va difesa l’amatissima Patria, l’America, minacciata dai terroristi di uno sconosciuto, e certamente primitivo, Medio Oriente. Questo si racconta e a questo, di fronte all’inaudito attentato alle Twin Towers ripreso minuto per minuto dai media televisivi, la moltitudine delle persone crede a tal punto da ritenere certa una prossima incursione a San Diego o a Houston. Anche lui, Kyle, ci crede; lui, che fino a poche settimane prima era alle prese esclusivamente con i rodei: cavalli, alcol e ragazze da domare.

Scattano, allora, gli antichi moniti paterni: non divenire mai pecore e nemmeno lupi – guai – ma cani pastori che accudiscono e difendono i più deboli: donne, bambini, compatrioti. È una vera e propria chiamata alle armi, quell’avvertimento. Così Kyle si arruola e diviene l’occhio armato dei Navy SEALS, ma, poiché ambisce a tenere tutto «sotto controllo», cioè a far sì che tutto sia come deve essere, prima di partire per il fronte mette in regola la donna amata sposandola. 

In una Nassiriya già polverosa di macerie e imbrattata di eroismo, farà il suo primo centro: un ragazzino di dieci anni o poco più, cui la madre ha consegnato una granata per fare esplodere il convoglio dei marines, sul quale lui ha l’obbligo di vigilare. Non ha scelta, il soldato cecchino:  dare la morte al ragazzo e poi anche alla madre che, scavalcando il cadavere del suo stesso figlio e rapendo quel fuoco micidiale, vuole mettere in pratica la Patria. Prima di tutto la Patria, anche per lei. Ecco, allora, il primo apprendimento del soldato Kyle: il nemico, senza tema di smentita, può essere martire ed eroe.

Da lì in poi, sarà un’escalation di “bersagli” centrati a colpo sicuro, in difesa dei suoi commilitoni che, nel frattempo, diverranno camerati di intesa, fratelli di sorte e compagni di lutto da vendicare, sempre… ché il sangue mai si cancella dallo spirito. Da lì in poi, la sua esistenza acquisterà un senso talmente compiuto e ineffabile da non poterlo più far tornare indietro, nell’immobilità di una vita già data, nella quale il barbecue tra vicini rappresenta il culmine di azione e socialità.

Le volte in cui il cecchino tornerà a casa per trovare moglie e figli, resterà impietrito di fronte a una televisione ormai spenta, fisso sui pericoli, gli spari e le boutade da fronte: non si torna, infatti, indietro dalla guerra.

A quel punto, correrà nel soldato l’urgenza di partire alla volta dell’Iraq per ritrovare chi, come lui, lotta e scommette sul proprio destino, sentendosi spregiudicatamente vivo. È tutto qui, il senso di chi ha imparato a volere bene, e tanto, alla guerra: la vita a precipizio sulla morte.

Saranno le preghiere e le minacce della moglie a farlo desistere, a riportarlo in patria; ma non gli basterà ritrovare famiglia e amici, routine e buone intenzioni, per fare pace con le sue memorie da veterano, che lo portano a scovare possibili pericoli quasi ovunque. 

È chiamato P.T.S.D. (Post traumatic stress disorder), il male di guerra che seduce e rapisce tanti reduci come lui, perfettamente disorientati e ormai inutili in una società civilizzata, nella quale vige l’anonimato individuale. 

Allo psicologo che gli domanderà se ha dei rimpianti, rispetto alle morti che ha procurato, Kyle risponderà di no, solo gli dispiace di non avere sottratto alla morte un numero maggiore di commilitoni. 

Ce ne sono tanti, però, di veterani da salvare, resi folli, ossessivi, depressi e inermi dall’orrore, confinati in una pace superficiale e superflua: ogni anno, secondo il Dipartimento di Stato americano, si suicidano 6.500 reduci; quasi uno al giorno, e i soldati morti al ritorno sono più numerosi di quelli in trincea. 

Così questa sarà la sua nuova chiamata: proteggere, anche se non fisicamente, altri come lui. 

L’ex cecchino, in quel mondo di rovine, troverà scampo e ancora desiderio di vivere, nonostante la mancanza dell’estremo azzardo, vale a dire l’avventura di essere fatalmente uomo.

Infine, al soldato Kyle, già sfuggito ai proiettili e agli agguati delle «bestie» – i combattenti iracheni che comunque lottavano nella e per la propria terra – un giorno qualunque, nella soleggiata California lo finirà trivellandolo di colpi un ex soldato irrimediabilmente segnato dalla guerra. 

Si chiamava Eddie Ray Routh, l’ex soldato, e anche lui, come Kyle, aveva combattuto dalla parte “giusta”, quella che dicono essere la più bella e pulita.

Fiorenza Licitra

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