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2015: guerra all’idiozia

Di per sé non è nulla di più di una notiziola di cronaca nera, ma già dal titolo pubblicato su Repubblica.it diventa un ottimo esempio della stupidità dilagante: «la 23enne arrestata per aver ferito l’ex con l’acido: “Non credevo di fargli tanto male”».

Ci sarebbe quasi da rallegrarsi, qualora si trattasse soltanto di un (lurido) escamotage difensivo. Pur restando altrettanto assurda, sul piano morale e giuridico, la “scusa” attesterebbe che la sciagurata di turno possiede se non altro delle capacità cognitive nella norma: criminale sì, ma con un cervello ancora in grado di mettere a fuoco ciò su cui si focalizza, cogliendo la realtà delle cose in maniera corretta. Ossia logica. Ossia consequenziale: io so benissimo che gettando dell’acido addosso a qualcuno gli provocherò dei danni gravi, o gravissimi, e se decido di farlo devo essere ugualmente conscio di ciò che accadrà sia alla vittima, se colpita, sia a me, se identificato e perseguito.

Questa lucidità, al contrario, è sempre meno diffusa. E non certo per caso. L’esito finale dipende da una molteplicità di fattori, ma il filo conduttore è inequivocabile: a partire dalla scuola e proseguendo per i media, fino ad approdare a quella “terra di nessuno” che è Internet, non si fa niente per insegnare alla popolazione che cosa siano dei ragionamenti degni di tal nome. Inebriati dal classico luogo comune secondo cui “tutte le opinioni sono rispettabili”, i più abboccano all’amo. Rimanendo incapaci di distinguere, costantemente e in via preliminare, tra impressioni del tutto soggettive, scodellate all’istante nell’ansia di uscire dall'oscurità di un anonimato pressoché senza scampo, e giudizi meditati, incardinati su un’effettiva conoscenza degli argomenti sui quali si interviene.

Per chi gestisce il potere è una pacchia. I cittadini/sudditi si accontentano di sbraitare – nella falsissima convinzione che ciò equivalga ad avere una propria voce e a essere partecipi dei processi decisionali collettivi e democratici – e lì si fermano. Invece di temprare le loro facoltà mentali e dialettiche, esercitandosi a giudicare innanzitutto sé stessi e la fondatezza di quello che gli passa per la testa, si beano della gratificazione spicciola, e sommamente ingannevole, di esternare qualsiasi fremito interiore. La psiche, nelle sue forme più rozze, che travolge il raziocinio. L’emotività sconclusionata che a forza di strillare non si rende conto che in effetti sta balbettando. Convinti di pensare, nell’accezione piena del termine, in realtà non si va al di là di uno sfogo. Probabilmente piacevole. Forse necessario. Di sicuro sterile. E persino nocivo, se proiettato su vasta scala.

Lo specchietto per le allodole è il tipico “mi piace” di Facebook, che del resto è l’estensione alla Rete del televoto. Si spara al colpo d’occhio, e affanculo la mira. Affanculo i bersagli. Essendo troppo fico tirare il grilletto e sentire (o immaginarsi di sentire) il crepitio delle proprie raffiche, si mitraglia a vanvera. Alè: ci siamo anche noi. Alè-alè: siamo più veloci del vecchio Bufalo Bill, o dei modernissimi eroi dei videogame in versione sparatutto.

Allenarsi al poligono? Ma che palle. Verificare le pallottole andate a segno? Tempo perso.

Non siamo mica qui per annoiarci. Siamo qui per divertirci.

Federico Zamboni

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