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Deflazione. Draghi. E tedeschi

Lo scontro in atto tra la Germania e la Banca Centrale Europea sull'acquisto, o meno, di titoli pubblici a lungo termine dei Paesi super indebitati dell'area dell'euro, è il segnale più eclatante della debolezza della moneta unica. 

Un euro nato prima che si fosse realizzata una vera unificazione politica e una reale armonizzazione delle normative economiche e fiscali. Che sono le tre condizioni necessarie perché vi possa essere una moneta. Invece, presi dalla frenesia di passare alla storia come i padri dell'euro, i capi di governo dell'Unione e i tecnocrati dell'Unione non vollero sentire ragioni e andarono avanti ad oltranza. In Italia, tanto per ricordarlo, fu poi Romano Prodi (consulente di Goldman Sachs) ad imporre un rapporto di cambio lira-euro che è stato devastante per la nostra economia. Noi italiani ci abbiamo messo poi molto del nostro facendo salire il debito pubblico oltre il tetto del 135% sul Prodotto interno lordo che, vista la recessione in corso, è un livello che è difficile se non impossibile abbattere. Una realtà aggravata dalle resistenze fisiologiche che gli innumerevoli centri di spesa nazionali e locali mettono in atto per non vedersi sfilato il controllo dei cordoni della Borsa e che coinvolge l'Italia così come altri Paesi. 

Dal suo punto di vista, Angela Merkel ha quindi tutte le ragioni di non volere che la Bce compri il debito pubblico a lungo termine dei Paesi a rischio, affiancandosi in tal modo al fondo permanente salva Stati, essendosi limitata finora a comprare i titoli a breve. La Cancelliera non vuole sentirne parlare perché questa svolta rappresenterebbe il via libera agli Stati “cicale” per continuare a spendere e a spandere senza freni. Se c'è chi li finanzia, non avrebbero più freni, ha ribadito nel suo intervento al Bundestag. 

Mario Draghi a sua volta vuole il nuovo corso per trasformarsi nell'uomo più potente dell'Unione. Non solo l'uomo che distribuisce soldi a volontà alle Banche senza pretendere che li utilizzino per finanziare le imprese e le famiglie (sta qui una delle cause della mancata ripresa) ma anche l'uomo che diventa, di fatto, il padrone delle finanze pubbliche dei Paesi europei. 

Se gli altri membri del direttivo della Bce lo seguiranno mettendo in minoranza il tedesco Jens Weidman è tutto da vedere. Resta il fatto che Draghi ci sta provando. Il presidente della Bce (ed ex vicepresidente europeo di Goldman Sachs) ha confermato che la Bce intende mettere in opera altre misure “non convenzionali” per aiutare l'economia europea. Misure che, in buona sostanza, consisteranno in nuovi aiuti alle Banche che andranno ad aggiungersi alle cifre già di per se stesse mostruose che l'istituto di Francoforte ha elargito a piene mani in questi ultimi anni. La giustificazione di questi nuovi interventi sta nel permanere della recessione in Europa, nelle turbative dei mercati finanziari legate alla possibile vittoria elettorale degli anti-euro di Tsipras alle prossime elezioni in Grecia e alle concrete minacce di deflazione, questa volta aumentate dal crollo dei prezzi internazionali del petrolio che a loro volta sono effetto della recessione. Un cane che si morde la coda e che il tecnocrate di scuola anglofona, legato quindi a Wall Street e alla City, intende affrontare regalando ancora soldi a tasso zero agli ambienti per i quali ha lavorato e che lo hanno issato alla guida della Bce. 

In tale prospettiva è ridicolo che la Merkel se la prenda tanto con i sogni di gloria e di potere di Draghi visto che la sua nomina fu la conseguenza del ritiro del candidato tedesco, Axel Weber, che preferì andare a lavorare alla Deutsche Bank. Inoltre, tenuto conto della situazione debitoria dei singoli Paesi e delle prospettive economiche generali, è lecito sospettare che la Cancelliera non sia così preoccupata che la nuova Grecia di Tsipras si rifiuti di rimborsare i titoli del debito pubblico (molti sono ancora nel portafoglio delle banche tedesche) e che questo possa avviare la fine dell'euro. 

I tedeschi stanno facendo i loro conti e una buona parte della loro classe dirigente ha concluso che se l'euro saltasse non sarebbe poi una cattiva cosa. La Germania non avrebbe più la palla al piede dei Paesi cicale dell'area Sud e potrebbe tornare al buon vecchio marco. Vi è poi una seconda considerazione. Le sfide economiche del futuro si giocheranno sempre più sull'innovazione tecnologica e in tale campo i tedeschi non sono secondi a nessuno e lo hanno dimostrato. Dovendo combattere con americani e cinesi sarebbe più conveniente farlo avendo le mani libere.

Irene Sabeni

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