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Il risvolto dei “Comizi d’amore”

In “Comizi d’amore” – l’acclamato film-documentario prodotto da Bini – a condurre l’inchiesta fu lo stesso Pasolini che, attraversando da nord a sud l’Italia degli Anni ‘60, intervistò persone qualsiasi su tematiche quali il sesso, il divorzio, l’omosessualità. Per i tipi dell’editore Contrasto, ne è stata da poco pubblicata la versione cartacea. Un buon spunto, questo, per confrontare i comizi di allora con quelli odierni.

Ripescando tra le numerose interviste, ancora oggi, più delle risposte fanno riflettere le domande, velatamente insinuanti, e subito dopo le conclusioni tratte dal regista: l’imperversare di un conformismo morale, che nel corso di quegli anni, inficiava inevitabilmente il giudizio e inibiva la libertà individuale. Le ragioni di tanto oscurantismo, chiaramente, erano da attribuire ai dogmi religiosi, che permeavano ragionamenti e pulsioni, e alla massificata educazione di stampo borghese, di cui persino le classi meno abbienti, loro malgrado, subivano gli effetti collaterali, quali un certo intriso perbenismo e molto, molto pudore.

Al termine della sua inchiesta tra le genti di una provincialissima Italia, Pasolini stesso ammise di sentirsi «circondato da un mondo di scandalizzati» e forse scandalizzato lo era pure lui, ma per tutte le donne e gli uomini di vedute troppo ristrette da lui ascoltati. 

Se a trarre le suddette conclusioni non fosse stato Pasolini, ma una Fallaci qualsiasi – anche lei tirata in ballo tra un’intervista e un’altra – probabilmente non ci sarebbe nulla da ridire, ma trattandosi di quel Pasolini, che difendeva a spada tratta i resti ancora palpitanti di una magnifica civiltà contadina, quanto meno è lecito stupirsi. 

Ancora la Fallaci, alla domanda di cosa ne pensasse degli usi e dei costumi del Meridione, rispose che, rispetto al resto d’Italia, si trattava di un altro mondo. Aveva perfettamente ragione: all’epoca bastava confrontare una ragazza del Nord, che di giorno andava a faticare e la sera sgranchiva la stanchezza in una sala da ballo in compagnia delle amiche o del “moroso”, con una siciliana che, oltre a non avere il permesso di lavorare fuori dalle mura domestiche, non soltanto non poteva frequentare un ragazzo in particolare, ma aveva anche il tassativo divieto di rivolgere la parola a un conoscente qualsiasi, a meno che uno stuolo di signore – tra madri, zie, cugine e dirimpettaie – non l’accompagnasse passo passo in cotanta avventura. 

Una Sicilia, quella cui si riferisce la signora Fallaci, in cui fino a qualche decina d’anni fa, alle feste nuziali paesane gli uomini danzavano esclusivamente con gli uomini e le donne con le donne, sposa inclusa; Sicilia, quella lì, in cui esisteva – e nell’entroterra esiste a tutt’oggi – la famigerata “fuitina” per consentire alla famiglia, se non era d’accordo o, originariamente, se non aveva sufficiente disponibilità economica per permettersi un ricevimento di nozze, di far sposare la propria figlia in sordina, senza sfigurare di fronte all’intera comunità. 

In Sicilia, in Calabria, in Sardegna e nel Meridione in genere la comunità cui si apparteneva, pur con le sue ristrettezze, le sue maldicenze e le sue inettitudini, era sì un altro mondo, ma era la vera referente cui bisognava dare conto e ragione. 

Il Centro e il Nord Italia, sebbene fossero più avanzati in fatto di emancipazione sociale e femminile, non erano poi così distanti dal Sud: anche lassù, per la maggioranza delle persone vigeva un tipo di insegnamento – oggi considerato il tabù per eccellenza  – che, in sintesi, si manifestava in “Dio”, “patria” e “famiglia”.

Certo, come sosteneva egregiamente – per una volta – Moravia al microfono offertogli da Pasolini, l’educazione era dal popolo per lo più subita passivamente, quasi mai conquistata, scelta e voluta attraverso la rivolta dell’antitesi. 

Viene così da chiedersi se gli Italiani di allora fossero effettivamente un popolo di “credenti” oppure se si trattasse semplicemente di “gente omologata” che, per un riflesso condizionato all’ubbidienza, sottostava ai dogmi vigenti… Forse, aveva ragione Pasolini nel sentirsi circondato da “scandalizzati”. Forse le persone si accontentavano di vivere all’interno del proprio recinto sempreverde e sempre uguale, senza mai sollevare un dubbio per chiedersi, finalmente, quale fosse l’istinto più primordiale da soddisfare; se fosse giusto o no lasciare una moglie, con tanto di pargoli al seguito, dopo una vita trascorsa nel bene, nel male e insieme; se per caso fosse stata sbagliata l’intera educazione impartita ai figli solo per non avere mai pensato di accertare quale fosse il loro orientamento sessuale o per non avere mai disquisito liberamente di sesso prima, durante e dopo l’età puberale. 

Per meglio comprendere, occorre aggiungere che non c’era il tempo, per quella gente semplice e operosa, di porsi certe domande: si doveva portare il pane a casa, badare ai figli, al focolare e alle bestie. Era già abbastanza per riempire una giornata come un’intera esistenza. Non c’era il tempo e non c’era lo spazio neanche per le letture di svago, per le riflessioni sottili, per gli ozi in genere: le contingenze materiali e l’educazione impartita non prevedevano altro che il compimento del proprio dovere, piacesse o meno. E questo era già tantissimo, per un uomo soltanto. 

Quella stessa gente fin troppo semplice rappresentava però l’ultima generazione della civiltà contadina tanto amata da Pasolini, cui oggi sarebbe interessante chiedere cosa ne sarebbe restato, di quegli umili e ultimi, se fossero stati affrancati dal soggiogamento morale e redenti dalle loro credenze religiose, dalle loro scaramanzie salvifiche e dai loro veti culturali. Si sarebbero certamente estinti, proprio come sembrano destinati a uguale sorte i popoli che molti di noi occidentali – che amiamo il loro status di stranieri e il loro essere così “fotogenici” alla nostra compassionevole curiosità – consideriamo di fatto alla stregua di retrogradi. 

Questo è il nuovo e attualissimo “comizio d’amore” da trattare, ma questa volta si dovrebbe intervistare chi si scandalizza degli “scandalizzati”: chi cioè, sognando l’accoglienza e l’integrazione a tutti i costi, ritiene poi inaudito che donne di altre civiltà non siano disposte mai e poi mai a dare il loro utero in affitto e i bambini in adozione a coppie omosessuali; chi condanna tout court quegli uomini che considerano altamente immorali e nefasti i gay pride parade, la convivenza tra omosessuali, il cambio di sesso, figurarsi l’ideologia gender – perdonate la ridondanza tematica, ma è questa l’ultima frontiera identitaria che in Occidente resta da abbattere – chi trova ridicolo che ancora ci siano persone che pregano un Dio onorando il rito; infine, chi non comprende, e di sicuro non perdona, quei genitori che mai parlerebbero di sesso di fronte a uno sconosciuto o di fronte al proprio figlio, per un benedetto, benedettissimo pudore che fu, e altrove ancora è.

Si può certamente discutere d’amore, ma a patto che lo si faccia onestamente, prendendolo nella sua compiuta integrità: nel bene e nel male. Altrimenti è solo folklore. 

Fiorenza Licitra

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