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Contenti, paisà? C’è un’abbassatina alle tasse

L’Osservatorio permanente sulle mistificazioni di Renzi… non esiste. Però dovrebbe. Prendete la legge di stabilità, per esempio. Il Consiglio dei Ministri l’ha “approvata” giovedì scorso in una breve riunione (il che significa, evidentemente, che i giochi erano già fatti) e subito dopo il premier ha dato il via all’ennesimo Gran Galà delle Chiacchiere.

Sullo slogan di giornata, nel consueto stile Twitter, si potrebbe anche chiudere un occhio: «l’Italia col segno più» è solo una variazione sul tema del solito marketing di governo, tutto “riforme+fiducia=wow”, e se qualcuno continua ad abboccare vuol dire che se lo merita. L’affermazione davvero insidiosa, davvero manipolativa, è arrivata sabato: «Sto leggendo in questi giorni la discussione se abbassare le tasse sia di destra o di sinistra. Abbassare le tasse è giusto. Punto».

Non proprio: considerata in sé stessa, ossia al di fuori della politica economica nel suo insieme, la sforbiciatina ai tributi è una mossa che resta tutta da interpretare. E dunque da valutare. Benché possa far piacere a chi bada solo agli effetti immediati sul proprio portafoglio – senza rendersi conto che la partita con l’erario rientra, oltre a essere già molto complessa di suo, nel quadro assai più vasto dei costi sociali – questa modesta attenuazione del carico fiscale rimane un dettaglio, rispetto al disegno generale. Che invece, e per quanto incerte e sfuggenti siano divenute le definizioni ideologiche ereditate dal passato, si può benissimo giudicare “di destra” o “di sinistra”, nel senso prettamente economico dei due termini. Ovvero nel presupposto che sia di destra un approccio che tutela i ceti più abbienti, e di sinistra la volontà di ridurre, se non addirittura abbattere, le enormi disparità di reddito causate dal modello dominante, e ulteriormente aggravate dalla crisi tuttora in corso.

Recuperata questa elementare distinzione, che è poi quella classica tra liberismo capitalista e socialismo (socialismo autentico: mica quegli ibridi sempre più imbastarditi che sono partiti dal “socialismo liberale” e sono via via sprofondati nell’infame laburismo alla Tony Blair), il criterio di giudizio diventa improvvisamente nitido. Anzi,  torna a esserlo.

La semplificazione renziana va rigettata in toto. Da un lato, perché è inaccettabile parlare di tasse in blocco, facendo finta di non sapere che si tratta di un aggregato estremamente eterogeneo e che, perciò, ritoccare blandamente il prelievo complessivo non equivale affatto ad averne riequilibrato i gravami. Dall’altro, perché così si cerca di far pensare ai cittadini che sia il primo passo lungo una strada luminosa e quasi spianata, che accoppierà i benefici tributari a quelli di un rilancio a tutto campo dell’economia nazionale. Della serie: la competizione globale è dura, ma se voi sarete bravi…

C’è un filo conduttore, del resto. E a ricordarcelo, sia pure con intenzioni per nulla critiche, è il sociologo Giuseppe De Rita. Intervistato dalla Stampa, il fondatore del Censis sottolinea che «la mente finanziaria della Dc Beniamino Andreatta faceva le sue prime manovre espansive, cioè di “deficit spending”, poi a forza di patrimoniali si trovò a dover fare manovre di “spending review. Neppure allora aveva senso parlare di misure di destra o di sinistra. Si faceva qualcosa che si riteneva utile. Proprio come accade adesso».

Non esattamente: come accade adesso si faceva qualcosa che tirava acqua al mulino dei potentati finanziari sovrannazionali. Andreatta, nell’ormai lontano 1981, sancì la separazione tra la Banca d’Italia e il ministero del Tesoro, che egli stesso presiedeva. Oggi, 34 anni dopo, Renzi & C. proseguono sulla medesima rotta: la funzione principale dello Stato non è esercitare a vantaggio del popolo la sovranità nazionale, a iniziare da quella monetaria, ma allinearsi ai voleri dei super banchieri di turno, intrappolando i cittadini in una gabbia inviolabile. Anche se poi, ogni tanto, ci scappa una manciata di becchime in più.

Federico Zamboni

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