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Afghanistan: gli Usa rimangono perché non hanno "ancora" vinto. Ovvero perché hanno perso

Ci sono spie linguistiche estremamente significative per chi sappia leggerle. Una di queste è il “non ancora” utilizzato da Obama nell’annuncio della sua decisione di mantenere un contingente armato in Afghanistan, contraddicendo il suo impegno precedente di un ritiro totale entro il 2016.

Le truppe resteranno perché le forze armate afghane “non sono ancora pronte” ad affrontare da sole la guerriglia. Quel “non ancora” denuncia ipocrisia, imbarazzo, impotenza. È il balbettìo di chi non sa più cosa dire.

L’Afghanistan è stato invaso nel novembre del 2001, prima dell’invasione dell’Iraq e subito dopo il famoso e famigerato 11 Settembre. Sono dunque trascorsi 14 anni. Se in 14 anni non è stata piegata una guerriglia dotata di una potenza di fuoco mille volte inferiore a quella dell’aggressore e armata di mortai, lanciagranate e kalashnikov contro sistemi d’arma da fantascienza, vuol dire che la guerra per USA e NATO è persa, irrimediabilmente e definitivamente persa.

Da 14 anni l’esercito fantoccio afghano viene addestrato, eppure “non è ancora” pronto. Quando lo sarà?

La verità che anche Obama conosce ma non può dire è che tutto un popolo vede negli eserciti della NATO non dei liberatori ma delle forze di occupazione. Un popolo montanaro, rozzo e fiero, che non si piega. Un popolo diviso in tribù ma che trova una sua unità quando vede il proprio suolo calpestato da stranieri invasori. I giovani afghani che si arruolano nell’esercito fiancheggiatore della NATO, lo fanno per lo stipendio e non per altro. Molti sono del resto militanti della resistenza infiltrati. Lo dice il fatto che negli ultimi anni la maggior parte delle perdite fra i soldati della NATO è stata causata da combattenti che indossavano la divisa dell’esercito afghano e volgevano le armi contro i loro teoricamente commilitoni della NATO.

Insomma, poche chiacchiere: un’altra guerra sbagliata e criminale è persa.

Ancora una volta, come in Iraq, come nello stesso Afghanistan per l’occupante sovietico, come in Viet Nam sempre per gli USA, una guerriglia infinitamente più debole militarmente ma eroica e tenace, contando sul fattore tempo, alla fine prevale. Si possono perdere tutte le battaglie eppure vincere la guerra. L’aggressore deve riuscire a piegare il più debole nel primo assalto, come accadde alla NATO in Jugoslavia, quando il serbo Miloshevich dopo alcuni mesi si arrese. Se invece la resistenza dura anni, colmando con nuove generazioni di combattenti i vuoti causati nelle proprie file dai bombardamenti e dai rastrellamenti, il potente invasore alla lunga deve cedere per la pressione politica, per il logorìo cui sono sottoposte le sue supertecnologiche forze armate, per il peso finanziario della guerra.

Obama mantiene sul posto le sue truppe perché non può chiudere il suo mandato con lo spettacolo dei talebani che rientrano a Kabul mentre le ambasciate occidentali fanno fagotto precipitosamente come successe in Viet Nam, ma quel “non ancora” esprime lo sconforto di chi sa come stanno le cose.

Anche noi stiamo da quelle parti, vergognosamente e inutilmente. Eppure Renzi si allinea subito con la decisione del nostro padrone: le truppe italiane resteranno a loro volta, per addestrare gli afghani “non ancora pronti”.

Non ci sono dubbi che il Parlamento approverà a larga maggioranza.

SEL borbotterà qualche frasetta genericamente pacifista. M5s farà un po’ di rumore poi si occuperà d’altro, perché la politica internazionale esige conoscenze, anche storiche, che quei giovanotti non possiedono. La Lega si opporrà adducendo un unico argomento: la “missione” italiana costa troppo.

Qui non si tratta di costi. Se si trattasse veramente di una “missione” per proteggere un Paese che chiede aiuto, anche costi decuplicati sarebbero accettabili. Quanto alle perdite in vite di nostri militari, una cinquantina di caduti in 14 anni di guerra sono poca cosa, soprattutto se si pensa che si tratta di volontari ben retribuiti: andare “in missione” all’estero è l’aspirazione di tutti i militari di carriera.

Qui si tratta di opporsi per principio a guerre di aggressione cui partecipiamo unicamente per “cupidigia di servilismo” nei confronti dei padroni che si sono impossessati del nostro Paese e delle nostre anime.

Non aspettiamoci che qualche “oppositore parlamentare” lo dica forte e chiaro.

I talebani non suscitano particolare simpatia.

Gente che ferisce, uccide o deturpa mutilandole ragazze che vanno a scuola, perché le donne devono restare ignoranti e sottomesse, ci è estranea. Non abbiamo niente da condividere con gente che quando governava proibiva di far volare aquiloni perché sono un passatempo troppo frivolo.

Però quello è il loro Paese, quella è la loro storia, quelli sono i loro costumi. Soltanto loro hanno il diritto di rivederli e superarli. Non abbiamo nulla da insegnare a nessuno, tanto meno con le armi.

Quei talebani ci sono lontanissimi ma si sono resi benemeriti con la loro resistenza eroica che indebolendo l’Impero beneficia anche noi.

Luciano Fuschini  

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