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Draghi, tassi e Quantitative Easing della BCE: tutto come copione

Non è affatto detto che quello che è bene per la Banca centrale europea e per le altre banche private sia un bene per l'economia europea e per le imprese. Infatti, l'azione della Bce attraverso il Quantitative Easing, l'acquisto di titoli di Stato e la conseguente massiccia immissione di liquidità nel sistema, non ha portato finora i risultati che Mario Draghi e i suoi molti sodali, compresi i giornali fiancheggiatori, millantavano. 

Non c'è stata alcuna ripresa apprezzabile dell'economia che mostra soltanto dei timidi segnali di crescita, comunque insufficienti ad assicurare che ci sia una inversione di tendenza. Ma il presidente della Bce non intende sentire ragioni e conferma la sua impostazione prettamente finanziaria. 

Al vertice di Malta della Bce, le decisioni prese e comunicate ieri sono state così quelle che ci si aspettava. Non verranno toccati i tassi di interesse che sono già così bassi che il denaro offerto dall'istituto di Francoforte (allo 0,01%) è di fatto regalato. E soprattutto il Quantitative Easing continuerà. Anzi in dicembre potrebbe essere ampliato. Draghi, tanto per cambiare, ha sostenuto che la ripresa c'è ma che ci sono «rischi di natura esterna» provenienti dalle economie emergenti, quelle asiatiche più il Brasile, e soprattutto dalla Cina. Pechino sta crescendo troppo poco e la sua domanda di prodotti europei non è evidentemente tale da rassicurare le imprese dell'Unione. Poi uno va a controllare le cifre e scopre che Pechino negli ultimi 12 mesi è cresciuta del 6,7%, un dato che ogni economia avanzata sognerebbe di raggiungere. Ma un disastro per l'Europa se si pensa che la Cina ci aveva abituato a tassi di crescita del 10%. La conclusione che se ne deve trarre è che alla Bce, invece di affrontare il tema centrale, che è la mancanza di credito per le imprese che blocca gli investimenti privati, pone l'accento sullo scarso “aiuto” che ci arriva dal resto del mondo. “Ci salveranno le vecchie zie?”, si chiedeva Longanesi. Sicuramente non ci salverà Draghi né tanto meno la Cina. 

L'annuncio dell'ex vicepresidente europeo di Goldman Sachs ha rallegrato molto il mondo bancario europeo e italiano e se ne è avuta una riprova alla Borsa di Milano che ha registrato un aumento del 2%, trainato dai titoli dei principali gruppi creditizi. Ancora meglio a Francoforte con un più 2,4%. Sarebbe stato strano il contrario. Il mondo finanziario ha infatti avuto la conferma che la cuccagna continuerà e che i soldi regalati dalla Bce alle banche serviranno ancora per rimettere a posto i conti che continuano a risentire della crisi originata negli Stati Uniti nel 2007-2008 e dell'ubriacatura speculativa alla quale più o meno tutte avevano partecipato. 

La politica del denaro facile, che continua ad arrivare con il contagocce all'economia reale, alle imprese e alle famiglie, non è soltanto prerogativa della Bce e della Federal Reserve. Tanto che mugugni in tal senso sono apparsi a più riprese sulle pagine del quotidiano della Confindustria. Anche il Fondo Monetario internazionale è sulla stessa onda della Bce.  Il direttore del Fmi, la francese Christine Lagarde, già ministro di Sarkozy, aveva infatti invitato due settimane fa le banche centrali a continuare con la linea monetaria espansiva. Miele per le orecchie di Mario Draghi che continua a giustificare l'enorme liquidità in circolazione con la necessità di evitare la deflazione. Il primo compito istituzionale della Bce, ama ripetere e ricordare, è quello di tenere sotto controllo la dinamica dei prezzi. E i prezzi troppo bassi, come sono ora, rappresentano un pericolo reale per le imprese che deve essere evitato a tutti i costi. Che poi tutti questi soldi versati alle banche stiano comportando un trasferimento di ricchezza reale a tutto danno dei cittadini è un particolare che sembra preoccupare poco o nulla l'ex governatore di Via Nazionale che continua a vantare di avere calmierato i mercati. 

Ieri lo spread tra i Btp e i Bund tedeschi decennali è sceso sotto quota 100 punti. Nulla di cui gloriarsi comunque. Si tratta di un dato “drogato” dagli interventi della Bce, senza i quali lo spread sarebbe a livelli eclatanti. Con un debito pubblico oltre il 130%, dovremmo essere fisiologicamente sopra i 700 punti. Nel novembre 2011 Berlusconi cadde infatti con un debito al 120% e uno spread a 570 punti. 

La verità è che tutti aspettano non si sa bene che cosa ma al tempo stesso sono perfettamente coscienti che tutte le misure messe in atto dalle varie banche centrali non risolvono i problemi ma semplicemente tendono a posticipare l'inevitabile resa dei conti. Pure la Cina sulla quale in tanti, troppi, confidano, ha una economia drogata dagli aiuti pubblici e da un debito che riguarda lo Stato, le banche e le imprese. E alla fine pure Pechino dovrà ridimensionarsi trascinando nel baratro tutti gli altri, compresi noi europei, e facendo pesare i cosiddetti “fondamentali” dell'economia, il debito pubblico in primo luogo che Renzi si sta guardando bene dal toccare.  

Filippo Ghira

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