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Povero papa Francesco, nel mirino di un complotto

Visto? Nei giorni scorsi i media hanno parlato ripetutamente di un complotto ai danni del Papa. Una trama che collegherebbe tre iniziative distinte ma ravvicinate – nell’ordine l’outing gay di monsignor Charamsa, la lettera “intimidatoria” consegnata in apertura del sinodo dal cardinale George Pell, e infine/soprattutto gli articoli pubblicati dal Quotidiano Nazionale a proposito di un piccolo tumore benigno al cervello del pontefice – e che avrebbe lo scopo, appunto, di screditare la figura del capo della Chiesa di Roma e di fermarne lo slancio riformatore.

Ma non vogliamo occuparci della vicenda in sé. Quello che ci interessa è il fatto che stavolta, a differenza di tanti altri casi, la parola “complotto” è stata utilizzata senza alcuna ironia. E senza precipitarsi ad affibbiare, a chi se ne serviva, l’etichetta sprezzante di “complottista”.

Il cambiamento merita di essere messo a fuoco. E la lezione che ne scaturisce va tenuta a mente. La chiave di volta è che secondo i media mainstream gli unici complotti credibili sono quelli che vengono orditi dai nemici delle istituzioni ufficiali, su cui poggia il modello dominante. Un approccio che diventa un assioma e che comporta una serie di importanti corollari. Fissiamone un paio: primo, le suddette istituzioni sono di per sé legali e, in quanto legali, benintenzionate e intrinsecamente corrette; secondo, laddove la condotta di uno o più dei loro rappresentanti, quand’anche di vertice, si riveli ingiustificata o persino criminosa, la responsabilità va addebitata soltanto alle persone e non mai al sistema di potere nel suo insieme.

Per esempio: quando diventa innegabile che le pericolosissime armi di distruzione di massa del tiranno Saddam non sono mai esistite, e che in effetti il premier inglese Tony Blair ha avallato l’invasione dell’Iraq assai prima che la fandonia venisse confezionata e diffusa, i giudizi negativi si esauriscono sul piano individuale. E, comunque, vengono coniugati al passato. La cronaca si trasforma subito in Storia. E quindi si trasferisce d’incanto dalla dimensione concreta e urgente della politica in corso di svolgimento, che consentirebbe di mettere sul banco degli imputati non solo degli specifici personaggi ma le finalità stesse di questo o quell’establishment, alle atmosfere rarefatte delle ricostruzioni a posteriori. Certo: George W. Bush e il succitato Tony Blair hanno mentito, ma ciò non significa che quella loro manipolazione rientri in una “mission” di carattere generale, ben più vasta e ramificata e persistente. Persistente, anzi, al punto da divenire pressoché permanente. E in grado, perciò, di sopravvivere a qualsiasi cambio di organico del proprio management.

Ergo, chi lancia l’accusa di complotto alle classi dirigenti “legali” è inattendibile per definizione, e va liquidato a priori. Come un visionario in odore di follia, nella migliore delle ipotesi, o come un mistificatore cinico e assiduo, nella classica e perversa tradizione degli agitatori di professione.

I complotti, analogamente, appartengono per principio al mondo della sovversione. Alla galassia, o alla nebulosa, di chi si oppone all’avanzata benefica del progresso, nel senso tutto occidentale, e liberista, del termine. Solo chi congiura nell’ombra per rovesciare l’assetto democratico può allestire macchinazioni oscure alle spalle dei cittadini, e contro gli interessi fondamentali dei popoli.

I governi no, giammai. E neppure i colossi economici della produzione e della finanza, che essendo privati, anzi privatissimi, sono votati al massimo profitto. E men che meno le altre organizzazioni, tra cui la Chiesa, che in teoria si appellano a un’etica adamantina, ma che al di là delle apparenze assecondano i disegni dei potenti di turno.

Il pubblico si intreccia al privato e si fonde in un unico blocco di valori, di pratiche, di legittimazioni incrociate e indiscutibili. Il complotto, va da sé, non può che arrivare dall’esterno di questa mirabile costruzione. Di questo tempio dei diritti universali, e dello sfruttamento globale. Di questa holding che si nasconde dietro le sembianze degli Stati, Vaticano compreso.

Federico Zamboni

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