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Lettera da Pechino. E si scopre che…

Della Cina si parla per commentare con un misto di compiacimento e di preoccupazione il calo della produzione, che in realtà è soltanto un calo delle percentuali di incremento del PIL, cosa ben diversa. Compiacimento perché si tratta pur sempre di un concorrente e di un residuo del comunismo novecentesco. Preoccupazione perché un cedimento dell’economia cinese avrebbe ripercussioni immediate in tutto il mondo.

Meno attenzione si dedica ad altri fatti che invece meritano considerazione. Uno è la lettera che la direzione del partito comunista al potere ha inviato agli 88 milioni di iscritti, l’altro sono i processi in corso a carico di circa 180.000 funzionari accusati di corruzione, accusa temibile in Cina perché prevede anche la pena di morte.

La lettera verte su fenomeni di costume e sulla famiglia. Denuncia il rilassamento dei costumi, lo stile di vita di tanti dirigenti del partito che si permettono sprechi, esibizione di ricchezza, amanti, dando cattivo esempio e minando la stabilità della famiglia. È prevedibile che la tiratina moralistica sarà ignorata dalla nuova nomenclatura del partito che fu maoista, e che i ricchi burocrati, ma anche imprenditori da quando il PCC ha sdoganato l’iniziativa privata, continueranno a gozzovigliare come prima. È altresì probabile che i processi ai corrotti provocheranno dure resistenze in seno all’apparato di un partito che si è fatto Stato, minacciando la stabilità stessa del sistema.

Comunque non è di questo che vogliamo parlare.

Merita una riflessione l’esistenza stessa di quella lettera, improntata a un severo moralismo e alla difesa della famiglia, che per la confuciana e maoista Cina è la stessa delle chiese cristiane occidentali: un marito, una moglie e dei figli, coi diritti e doveri che ne sono implicati. La sinistra europea post Sessantotto è diventata libertaria, la sinistra del “proibito proibire”, dei matrimoni omosessuali, delle quote rosa, dell’accoglienza indiscriminata, delle libertà generalizzate, compreso il libero mercato e la libera concorrenza tanto care a chi fu nemico delle sinistre.

Ebbene, anche la lettera dei vertici comunisti cinesi ci ricorda che ci furono un socialismo e un comunismo che privilegiavano i diritti della collettività su quelli dell’individuo, valorizzavano la disciplina, il rispetto dei ruoli, difendevano una severa morale che in fondo era quella borghese: ciò che si rigettava della morale borghese era la sua ipocrisia, il proclamarla senza praticarla, non i suoi contenuti di esaltazione dell’onestà, della fedeltà alla parola data, del senso dell’onore personale, familiare e nazionale, di difesa della famiglia e della sua funzione educativa.

Erano anche valori di quel proletariato dotato di coscienza di classe che i marxisti contrapponevano al lumpenproletariat, al sottoproletariato anarcoide, disorganizzato e strumentalizzabile dal potere. Se dopo il Sessantotto la sinistra occidentale è libertaria, allora c’è stato, c’è e presumibilmente ci sarà un socialismo che non è sinistra.

Questa asserzione, storicamente sostenibile, può portare lontano. Anche la letterina probabilmente inutile dei depositari del potere cinese, un potere che di socialismo ha conservato poco, aiuta a porci le domande giuste.

Luciano Fuschini

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