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La proliferazione dei diritti (inesigibili)

Le confessioni pubbliche (ma oggi si dice outing) del prete teologo polacco, ottimo veicolo pubblicitario per un suo libro in uscita, hanno riproposto un paio di tormentoni, quello sulla sessuofobia della Chiesa cattolica e quello dei diritti degli omosessuali.
Lasciata la Chiesa alle sue beghe, proviamo a dire qualcosa di non totalmente scontato sul vero tema all’ordine del giorno, quello della legalizzazione delle unioni omosessuali.

Quella fra coppie omosessuali non è l’unica forma di convivenza extramatrimoniale. Ci sono amici non gay che convivono, magari per aiutarsi nelle difficoltà della vita e per unire i loro scarsi redditi in un ménage di tipo familiare. Ci sono fratelli e sorelle che convivono. Ci sono anziani che stanno insieme per farsi compagnia e per sbarcare il lunario con le loro magre pensioni che vivendo in due nello stesso appartamento diventano sufficienti a cavarsela decorosamente.
Perché non legalizzare anche queste convivenze? Forse perché un’amicizia non è amore? Ma allora bisognerebbe dimostrare che un legame di amicizia o di fratellanza è meno profondo e meno vincolante di amori che molto spesso si rivelano effimeri.
Siamo arrivati a un primo punto fermo: se le unioni omosessuali vengono equiparate al matrimonio, tutte le forme di convivenza hanno lo stesso diritto, quindi il matrimonio quale lo abbiamo sempre inteso perde la sua specificità. Il matrimonio come riconoscimento giuridico da parte della comunità verso una coppia di persone dei due sessi, nella prospettiva della nascita di figli a completare la famiglia (il fatto che possano sposarsi anche persone non in grado di avere figli non inficia la regola generale), perde il suo contenuto, si diluisce nella “notte dove tutte le vacche sono nere”.

In tutto questo dibattito ormai stantìo, estenuante nel suo girare a vuoto, fra Sentinelle in Piedi e contromanifestazioni rutilanti di arcobaleni ed happening gay, si impone una considerazione: è desolante dover constatare che verità di un’evidenza tale da non meritare discussioni, suscitano dibattiti interminabili e coagulano partiti opposti.
Mettere in discussione che il matrimonio sia soltanto l’unione fra due persone di sesso diverso, nella prospettiva della generazione di nuova vita, sembra il massimo dell’evoluzione civile e democratica, mentre al contrario è la prova più evidente del livello di degenerazione e di confusione mentale cui è pervenuto ciò che si chiama Occidente.

Le pretese degli omosessuali si collocano nel tema più vasto della proliferazione dei diritti, altro segno caratteristico della nostra decadenza estrema.
Il diritto alla felicità che, non garantito dalla pratica dello sballo né dal possesso di beni di consumo, cerca un surrogato nella chimica dello psicofarmaco. Il diritto alla salute, con tanto di denuncia al medico che non è riuscito a curare il cancro o a prevenire l’infarto. Il diritto a diventare madre a sessant’anni, con l’utero in affitto. Il diritto a scopare anche a novant’anni, grazie alle pillole blu e ora pure rosa. Il diritto alla giovinezza e alla bellezza perenni, per la gioia dei chirurghi estetici e fra l’orrore di chi contempla tanto scempio con occhi ancora vedenti fra tanti ciechi.

Abbiamo voltato le spalle all’unica filosofia di vita degna dell’uomo: il riconoscimento della tragicità della condizione umana, fatta di consapevolezza di dover morire, di conflittualità fra i naturali istinti egoistici e gli obblighi della convivenza sociale, di tensione fra i rimorsi di un passato che non si estingue, i progetti di un presente che sfugge, le ansie di un futuro che incombe; l’accettazione della nostra realtà e delle responsabilità che ci competono, nell’impegno a prestarsi cura vicendevole nelle avversità della vita e a creare una società che deprima le tendenze negative insite nella nostra natura ed esalti i comportamenti comunitari. Altissima morale laica, che ha trovato espressione poetica nella “Ginestra” di Leopardi.

Così l’immersione nello squallore del dibattito odierno ci ha portati lontano, sotto cieli più respirabili. Ma non c’è scampo. È inutile difendere valori, appellarsi alla nobiltà di una visione stoica della vita, difendere una tradizione. Non c’è più nulla da difendere, soltanto un mucchio di macerie. Anche il matrimonio tradizionale non è più difendibile, per la semplice ragione che la famiglia si è già dissolta sotto i colpi della mercificazione, dell’individualismo, della cultura dei diritti e mai dei doveri, di un sistema produttivo che esige mobilità e precarietà. Non ci sono più trincee difendibili. Vada tutto in malora. Solo sperimentando l’orrore dello sfacelo fino in fondo, verrà una generazione che tornerà faticosamente a ricostruire.

Luciano Fuschini

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