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Mitologia di Renzi: col PD la sinistra vince

Imponete una logica – ossia una chiave di lettura di certi fatti e di certi processi, in vista di certe finalità che diventano vincolanti e inderogabili – e avrete un vantaggio decisivo nell’orientare ogni sviluppo successivo. Imporre una logica, infatti, equivale a fissare le regole del gioco, e chi stabilisce quelle regole stabilisce anche, per definizione, a quale gioco si dovrà giocare. Con quali obiettivi. Con quali punteggi. Con quali penalità e persino, in ultima istanza, con quali modalità di esclusione, nonché di auto esclusione, dal gioco stesso.

Fuor di metafora: nella politica italiana degli ultimi vent’anni, che sotto l’egida della Seconda repubblica ha promesso una rinascita morale per poi sfociare in un tracollo sia morale che economico, si è fatto di tutto per imporre un principio tanto nitido quanto ingannevole. Quello che fa coincidere il successo politico con l’ottenimento del governo.

Apparentemente non fa una grinza. Un determinato partito, o una determinata coalizione, ha dei suoi valori e dei suoi programmi, che sottopone agli elettori. Se la maggioranza li approva, attraverso il voto, l’obiettivo sarà stato raggiunto. Da un lato si potrà passare dalla teoria alla pratica; dall’altro la vittoria nelle urne avrà sancito l’affermazione collettiva della propria identità particolare.

Dov’è il punto debole, allora? Eccolo. Il punto debole è nella premessa, che non a caso si tende a dare per scontata e che invece va indagata, e verificata, con la massima attenzione. La premessa, come abbiamo visto, è che si abbiano propri valori e propri programmi. Il messaggio implicito, a sua volta, è che tra gli uni e gli altri vi sia una sostanziale coerenza. Dagli ideali, o più semplicemente dalle idee guida, discendono certe linee di intervento nella realtà concreta, che verranno realizzate grazie al fatto di essere arrivati al potere.

Ineccepibile, se fosse vero. Ma prendiamo il PD, per esempio. Prendiamo il suo ostinato, e sempre più risibile, definirsi “di sinistra”. La versione di Renzi & C. è che finalmente ci si è liberati delle vecchie incrostazioni ideologiche, così massimaliste e limitative, che impedivano di espandere il consenso fino a primeggiare. Tuttavia, prosegue il depliant vivant in tonalità rosé, questa espansione non implica affatto l’abbandono di certe matrici, ma solo una loro attualizzazione. Prova ne sia, si aggiunge a mo’ di dimostrazione incontrovertibile, che nel febbraio 2014 il PD ha deciso «quasi all’unanimità» di aderire al PSE, collocandosi appunto sotto le bandiere del socialismo europeo.

Altra asserzione, altro inganno. Di socialista, al PSE, è rimasto solo il nome, che in effetti andrebbe cambiato in via definitiva e sostituito con qualcosa di meno infondato, per cui l’ipotetica dimostrazione incontrovertibile di una continuità ideale col passato si riduce all’esibizione del tesserino di appartenenza a un club di usurpatori su scala europea.

La prospettiva – la “logica” di cui parlavamo all’inizio – va perciò ribaltata. Il prezzo della vittoria elettorale (e sorvoliamo sul fatto che Renzi non abbia conseguito neanche quella, essendo invece emerso dalle primarie di partito dopo lo screditamento di Bersani in seguito alla mancata elezione del successore di Napolitano) c’è eccome. A chiacchiere si finge di restare fedeli all’antica funzione/missione di difensori del popolo, ovvero dei suoi strati più deboli. Nei fatti si assecondano le strategie del liberismo in chiave finanziaria, che di per sé tende/mira ad accrescere le iniquità sociali.

La conclusione è amarissima. Da un lato, come ha ben rimarcato proprio ieri l’editoriale di Luciano Fuschini, i fuoriusciti alla Fassina e D’Attorre non hanno nessuna credibilità quali alfieri di una ritrovata sinistra. Ma dall’altro Renzi e soci non ce l’hanno come custodi di una sinistra ereditata.

Delle insegne dei nonni non rimane che un pennacchio. E cambia poco o nulla che lo si sventoli ai quattro venti, con l’enfasi retorica della “sinistra di opposizione”, o che lo si rispolveri solo di tanto in tanto, con la cautela occhiuta della “sinistra di governo”.

Federico Zamboni

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