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Gli Usa in ripresa? Chiedetelo al lavoratore-povero del Terzo Millennio

Dunque gli ultimi dati sulla occupazione provenienti dagli Stati Uniti hanno scombinato le previsioni dei mercati, soprattutto europei per un verso, e statunitensi, per il verso opposto, poiché determinano delle apprensioni sull’operato che la Fed dovrà varare di qui a poco. Almeno in teoria.

Dal punto di vista numerico, infatti, l’ultimo rilevamento ufficiale presenta valori incoraggianti. Il tasso di disoccupazione è sceso al 5%, ma soprattutto ha invertito la tendenza della scorsa estate che aveva invece visto un rallentamento (imprevisto?) di tutta la sedicente ripresa statunitense.

Anche il tasso denominato con la sigla U-6, cioè quello che comprende pure i lavoratori scoraggiati e marginali, ora è invece sceso al 9.8%. E si tratta, in senso assoluto, del migliore risultato dal 2008. Ciò significa che a questo risultato si è arrivati dopo sette anni di economia drogata dall’intervento del Quantitative Easing della Federal Reserve. Il corsivo utilizzato per la parola lavoratori poc’anzi, dovrebbe richiamare l’attenzione sul nodo principale cui rivolgersi per cercare di mettere a fuoco la situazione.

Solo di passaggio, un accenno alla risposta dei “mercati”. In Europa si brinda moderatamente alla cosa, negli Usa si è in apprensione (apprensione per ciò che farà la Fed). A nostro avviso presto l’apprensione si spalmerà ovunque. Anzi, lo sta già facendo in queste ore (chi segue il suo andamento se ne sarà accorto) Il motivo è il seguente: con tassi di disoccupazione a questi livelli, adesso la Fed non ha più motivazione (sempre a livello ufficiale) per continuare a stampare quelle quantità abnormi di moneta così come sta facendo da quasi un decennio. Dovrà, e le parole di Janet Yellen che ne è a capo ne sono la conferma, iniziare a dare una stretta. 

Per “dare una stretta” intendiamo tornare gradatamente verso quella che prima del 2008 era la normalità (per gli Usa almeno), ovvero una situazione di tassi più alti rispetto ai livelli praticamente a zero degli ultimi anni. In altre parole, è come se adesso non vi fosse più motivo per continuare a dare morfina al malato e si debba iniziare a sperimentare se questi può provare a riprendere a farcela da solo.

E qui vengono i dolori. Dei mercati, che sono rimasti in piedi sino a ora unicamente grazie alle droghe della Fed, e dell’economia reale, che non è letteralmente deflagrata del tutto proprio per questo intervento. 

Ora, la Yellen, in merito a tali decisioni, da prendere il prossimo dicembre, ha fatto intendere chiaramente che un rialzo dei tassi è “una possibilità reale”. 

Si capisce subito la delicatezza della cosa, anche perché solo non più tardi dello scorso 5 novembre, sempre negli Usa si era arrivati all’ennesimo fiscal cliff (cosa che ormai non fa più notizia): solo due anni addietro si festeggiava all’accordo raggiunto tra democratici e repubblicani sull’innalzamento del tetto del debito pubblico statunitense. Era il 2013, e il tetto dei debito, fissato per legge, venne raggiunto. Gli statunitensi trovarono una soluzione semplice quanto efficace: alzarono il tetto modificando la legge, cancellando il vecchio numero e inserendone uno nuovo. Oggi ci risiamo. Il tetto è raggiunto e si aspetta la nuova soluzione dal cappello a cilindro.

Ma torniamo al lavoro e ai dati occupazionali recenti. Fatti salvi in numeri citati in apertura, teoricamente positivi, ci sono due temi che sono in grado di rendere la cose più chiare. Il primo è relativo al fatto che la partecipazione alla forza lavoro è rimasta inchiodata ai minimi da oltre quaranta anni, e cioè al 62,4%. Il secondo è relativo al reddito da lavoro, che pur registrando un più 2,5%, rileva il vero tema per capire il tutto, ovvero il fatto che questo reddito, per i lavori “creati” durante questa fase di crisi infinita, è basso, molto basso.

In estrema sintesi, è fortemente sbagliato prendere come riferimento i dati sull’occupazione se prima non ci intendiamo su cosa oggi significhi occupazione. È sbagliato parlare di lavoro se prima non ci mettiamo d’accordo sul significato di questo termine. Anche perché, e questo è il vero punto, grazie a ciò che è avvenuto dal 2008 in poi, ciò che si intendeva prima con il termine lavoro è molto differente da ciò che si intende oggi.

Se un occupato, prima, poteva essere considerato come una persona che con il proprio reddito era in grado di vivere, ebbene oggi le cose stanno diversamente. La compressione dei salari e la nuova tipologia di lavoratori con occupazioni di altro tipo (in termini di orari e di compensi) ha creato una nuova figura sociale (e non solo negli Usa), quella del lavoratore-povero. Di colui, cioè, che pur lavorando non riesce a vivere del proprio lavoro. Ciò che guadagna non gli è sufficiente. 

Aziende in ogni ordine e grado, e accordi statali di modifica delle tipologie di ciò che può considerarsi come offerta di un posto di lavoro, hanno introdotto la progressiva eliminazione dei posti di lavoro di un tempo con la sostituzione di nuovi posti di lavoro molto meno costosi, e molto meno pagati e tutelati (anche dalle nostre parti ne sappiamo qualcosa). Il risultato nel medio termine è stato quello di poter vedere crescere il numero degli occupati, ma non quello di veder crescere l’economia (per non parlare della capacità dei lavoratori di vivere con il proprio stipendio). 

La prova del nove di tale conclusione risiede nel fatto che, appunto, se il primo obiettivo della Fed appare raggiunto (cioè il calo della disoccupazione) non è affatto raggiunto il secondo, ovvero l’aumento dell’inflazione verso il valore del 2% indicato come target sia dalla Fed sia dalla Bce. Ed è elementare capirne il motivo: come possono crescere i prezzi, in relazione diretta con l’aumento dei consumi, se i lavoratori, pur in aumento, non possono consumare perché hanno stipendi da fame?

È esattamente ciò che inizia a verificarsi anche da noi in Europa: interviene la Bce con il Quantitative Easing, intervengono gli Stati con le nuove norme sul lavoro, i numeri sull’occupazione appaiono in miglioramento ma l’economia ristagna per il semplice motivo che le persone non hanno denaro a sufficienza da spendere. 

Insomma, un lavoratore-povero non può di certo fa ripartire l’economia.

Ecco perché gli entusiasmi Usa sono farlocchi. Ecco perché la Fed sul serio non sa cosa fare, al di là degli annunci. Ed ecco perché, osservare cosa accade da quelle parti è utile anche per cercare di prevedere, con un pizzico di anticipo, cosa potrà accadere a casa nostra.

Per ora l’Ocse alza la stima della crescita italiana all’1,4% nel 2016, che è esattamente il valore di crescita stimato e strettamente collegato ai suoi motivi reali: il Qe della Bce e la diminuzione del costo del petrolio. Altro che ripresa ottenuta grazie alle riforme statali. Altro che ripresa dell’economia e uscita dalla crisi. E i valori sulla disoccupazione anche da noi miglioreranno un tot. Resta da vedere - e lo vedremo - cosa accadrà a inflazione e Pil (e dunque cosa deciderà di fare la Bce, in questo caso). 

Ma per ora la situazione statunitense è, come molto spesso accade, un caso scuola. Da seguire. La decisione che prenderà Janet Yellen alla Fed a dicembre è molto importante. E ancora più importante sarà verificarne i risultati, perché è una decisione potenzialmente in grado di rendere manifesta la realtà delle cose, cioè il castello di carta sul quale si cerca di veicolare il concetto di uscita dalla crisi. A meno che, ovviamente, da quelle parti non ci si inventi qualche altro trucco per occultare la realtà. Per un altro poco di tempo.

Valerio Lo Monaco

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