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Evvai col modello Expo: l’efficienza rende etici

Il baraccone ha avuto successo. Il baraccone sta per essere smontato. Il baraccone comincia a essere sfruttato per un’ulteriore campagna di propaganda, che pretende di innalzare la gestione dell’Expo 2015 a esempio virtuoso da seguire in tutta Italia. E innanzitutto a Roma, sempre più allo sbando e ormai in vista del “Giubileo straordinario della misericordia”, indetto da papa Francesco con apertura il prossimo 8 dicembre e conclusione il 20 novembre 2016.

Il primo messaggio-slogan è della settimana scorsa: Milano che si riappropria «del ruolo di capitale morale del Paese, mentre Roma sta dimostrando di non avere quegli anticorpi di cui ha bisogno». Ad affermarlo è stato il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, ma dietro le apparenze della sortita a titolo personale (un alibi collaudatissimo, quando si tratta di lanciare il primo ordigno mediatico di un bombardamento a lungo termine) c’è senza dubbio una strategia generale. Che ha lo scopo, appunto, di fare dell’Expo appena conclusa un modello da imporre ovunque – o quantomeno da esibire a fini retorici – nel segno di una sovrapposizione ancora più marcata, e più rivendicata, tra economia e politica.

Il tracciato “logico” è il seguente: poiché la rassegna milanese ha raggiunto i suoi traguardi, vedi la massiccia partecipazione del pubblico e gli apprezzamenti internazionali, lo stesso approccio va replicato altrove. Detto alla Renzi, «nel mondo c’è voglia di Italia». Tradotto in maniera un po’ più articolata, la politica italiana deve diventare un’immensa operazione di marketing. Che, in quanto tale, utilizza gli stessi criteri di un’impresa, a partire dall’efficienza e dall’affermazione del proprio marchio di fabbrica, e riduce il governo della “res publica” a un’organizzazione di natura para aziendale. Il fine supremo è piacere agli investitori stranieri e ai consumatori esteri, in modo che essi incrementino l’acquisto delle nostre merci e dei nostri servizi. Più venderemo e più saremo bravi. Più saremo stati bravi nel vendere e più avremo realizzato il nostro compito collettivo nell’amministrarci. La riuscita economica viene a coincidere con quella politica. E si innalza addirittura a valore etico, per tornare all’altisonante proclama di Cantone.   

È qui che il ragionamento si fa ingannevole. Ed è qui che il suddetto tracciato “logico” si risolve in un trabocchetto cinico. L’efficienza, infatti, è un concetto da prendere con le molle, perché tende a concentrare l’attenzione sul raggiungimento degli obiettivi, anziché sulla loro effettiva natura. A prima vista può sembrare che non ci sia nulla che non vada, in questa visione così fortemente manageriale, ma in realtà il travisamento è enorme, e decisivo.

La distorsione è la stessa, ormai avviata da alcuni decenni, che si condensa nella formula “azienda Italia”, e che nell’ambito delle amministrazioni pubbliche ha portato all’uso, e all’abuso, di diciture mutuate dal linguaggio produttivo. I cittadini-utenti, le performance di gestione, la “customer satisfaction”, eccetera eccetera. Lo Stato che smette di essere comunità di popolo, provvedendo ai bisogni dei connazionali in quanto membri di una stessa stirpe (sia pure in un’accezione non troppo rigida e per nulla razzista), e degenera in sovrastruttura logistica, ponendosi come una via di mezzo tra una gigantesca holding che eroga servizi, peraltro destinati a essere sempre più spesso a pagamento, e un occhiuto guardiano dello status quo, ovvero delle oligarchie che ne traggono il maggior profitto.

Di propriamente morale, in questo, non c’è proprio nulla. Le nazioni degne di tal nome non sono società per azioni, e men che meno “per eventi”, e la loro finalità non è affascinare un pubblico il più possibile numeroso, pronto a sostenere non solo il prezzo di un biglietto ma anche il disagio di file interminabili.

La metafora, si spera, non ha bisogno di spiegazioni. E ci porta dritti dritti al monito sottostante: l’efficienza rende etici. Milano è stata efficiente, e dovrà rimanerlo. Roma no, e dovrà diventarlo. Due “capitali morali” sono meglio che una.

Tutto bene, al botteghino?

Federico Zamboni

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