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Che disastro, la guerra USA al terrorismo

Dopo il famoso 11 settembre, Bush dichiarò guerra all’estremismo islamico. La previde di lunga durata e la chiamò Enduring Freedom. Sono passati 14 anni, sufficienti a tracciare un bilancio di quella annunciata lunga guerra.

Se la ragione vera era proprio la lotta all’estremismo islamico, possiamo tranquillamente affermare che si è trattato di una sconfitta clamorosa. In Afghanistan dopo 14 anni Obama è costretto a procrastinare l’annunciato ritiro delle truppe perché  a suo dire devono completare l’addestramento delle forze afghane. Giustificazione ridicola, che copre la realtà di un Paese che ha reagito alla presenza della NATO come si accolgono degli invasori, non dei liberatori. Gli americani non possono andarsene perché non hanno piegato una resistenza vincente.

In Iraq 12 anni dopo l’invasione il Paese è spaccato in tre tronconi. Uno è sotto il controllo di un governo sciita amico più dell’Iran che degli USA. Un altro è amministrato dai feroci sunniti dello Stato Islamico. Il terzo è di fatto una regione curda indipendente. La sconfitta non potrebbe essere più evidente. I bombardamenti e le incursioni dei commandos in Yemen e nel Corno d’Africa hanno esteso i conflitti invece di pacificare quelle regioni sotto l’egemonia americana. Libia e Siria sono diventate terreno di cultura di un islamismo sanguinario che si protende anche verso l’Africa nera.

Alla domanda se 14 anni dopo l’11 settembre il fondamentalismo islamico sia più o meno forte, la risposta unanime non può essere che questa: oggi è molto più forte e diffuso di allora. Tuttavia in politica raramente gli obiettivi veri sono quelli dichiarati. Il vero scopo di Enduring Freedom poteva essere proprio quello di seminare il caos in una vasta area, a tutto vantaggio di Israele.

Se le cose stavano così, il successo è stato pieno. Anche in questo caso però si sarebbe trattato di un calcolo sbagliato, perché il caos per definizione produce dinamiche incontrollabili, esattamente quello che sta succedendo. E non si può dire che lo Stato ebraico oggi sia più sicuro di allora. L’intifada dei coltelli ci dice che quella società deve temere più le tensioni che serpeggiano al suo interno che la pressione di Stati arabi che sono stati frammentati e destabilizzati,

Un altro scopo non dichiarato poteva essere il controllo del petrolio mediorientale e l’impianto di basi americane sempre più vicine ai confini russi e cinesi, col pretesto di una guerra al terrorismo a cui nessuno poteva opporsi dopo lo shock dell’11 settembre. Ebbene, su buona parte di quel petrolio ha messo le mani la Cina, con la sua abile politica di penetrazione economica, fuori dal cono di luce dei riflettori. Quanto alle basi, se è vero che da esse missili e bombardieri americani possono colpire in profondità i territori russi e cinesi in pochi minuti, è anche vero che sono esposte a un attacco improvviso che pure in pochi minuti le ridurrebbe in cenere. E l’espansionismo dell’Impero ha indotto russi e cinesi a un massiccio riarmo.

Da qualunque parte si voglia esaminare la questione, la conclusione è obbligata: la lunga guerra dichiarata da Bush è un fallimento su tutta la linea. Questo non significa che gli USA siano sul punto di crollare. I loro competitori non stanno meglio. La Russia è in piena recessione. La Cina comincia a scricchiolare. L’Iran cerca di riavvicinarsi all’Occidente. I governi socialisti dell’America latina sbandano paurosamente.

Il mondo è scosso da convulsioni che sembrano confermare profezie apocalittiche più che lasciar presagire una luce oltre le tenebre del presente.

Luciano Fuschini   

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