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Stragi occasionali, stragi ideali

Terrorismo q.b. . Terrorismo “quanto basta”. Sarà di certo un caso, ovvero una provvidenziale combinazione di circostanze, ma le stragi in grande stile compiute dagli estremisti islamici in Occidente rimangono episodiche. Sull’arco di quattordici anni, quanti ne sono trascorsi dal doppio attentato alle Torri gemelle di New York, se ne contano soltanto quattro all’interno della UE (a Madrid l’11 marzo 2004, a Londra il 7 luglio 2005 e le due di Parigi dell’anno in corso, prima a gennaio con l’assalto del 7 gennaio alla sede del settimanale Charlie Hebdo e poi con gli eccidi del 13 novembre), mentre non ne è avvenuta neanche una negli USA.

Decisamente troppo poche, per una strategia prettamente terroristica. La cui finalità dovrebbe essere, appunto, quella di determinare nelle popolazioni colpite uno stato psicologico di continuo allarme e di crescente prostrazione. Di paura per sé stessi e per i propri cari. Di sfiducia nelle pubbliche istituzioni. Di disponibilità ad accettare di ritirarsi definitivamente nel proprio guscio, pur di essere lasciati in pace.

La realtà, al contrario, ci dice che questi eccidi sono serviti allo scopo opposto. Passato il momento iniziale dello sbigottimento, che dipende innanzitutto dall’aver rimosso l’idea di conflitti cruenti e vissuti in prima persona, la generalità dei cittadini non solo non ha preso le distanze dai governanti, e men che meno dalle logiche del massimo profitto e del consumismo forsennato, ma si è rinsaldata nella convinzione di essere nel giusto. E, perciò, di ritrovarsi assalita senza alcuna ragione e senza alcuna colpa, a opera di fanatici pervasi da un odio incomprensibile e da una follia pseudo religiosa.

Dal punto di vista dell’establishment non si potrebbe chiedere di meglio. Nel perdurare di una crisi economica di eccezionale gravità, che ha spazzato via le precedenti aspettative in un futuro sempre più ricco e sicuro, l’antidoto allo sgretolamento sociale diventa quello di una rinnovata coesione. Imperniata su basi diverse. Su necessità diverse. Meno gratificanti per un verso, più pressanti per l’altro. Ed ecco allora che una minaccia esterna può fungere da collante per ricompattare quella legittimazione interna che correva il rischio di andare in frantumi, a causa dei contraccolpi intrecciati della speculazione finanziaria e della corruzione politica.

La chiave di volta, per le oligarchie che ci dominano, è evitare che nei popoli emerga un’esigenza insopprimibile di verità. Il bisogno di fare piena luce sui valori effettivi delle sedicenti liberaldemocrazie occidentali, sui loro obiettivi dentro e fuori dai propri confini, sui metodi con cui li si persegue. La messinscena deve srotolarsi imperterrita, intorno al mito di una società che per quanto perfettibile è comunque superiore a ogni altra. E che, quindi, resta sia per l’oggi che per il domani la migliore, la più promettente, la più desiderabile.

Dietro le evidenze, e la retorica, della tragedia collettiva, il terrorismo si riduce a un fastidiosissimo contrattempo, che mette a repentaglio le nostre pacifiche abitudini di rotelline produttive e di amanti dello svago. Gli estremisti islamici come una sorta di disturbatori, all’ennesima potenza, della quiete pubblica. La guerra all’ISIS come una soluzione auspicata solo a patto che si vinca in fretta e lasciando l’incombenza ai militari di professione, nel presupposto che pure loro se la possano cavare senza troppi danni, a colpi di raid aerei e di droni.

Siamo malati di comfort. Malati e assuefatti. E non vediamo l’ora di spargere ovunque la nostra stessa malattia, affratellandoci con tutti gli altri “cittadini del mondo” nelle corsie accoglienti – o almeno riparate – di un sempre più vasto Global Park Hospital.

Federico Zamboni

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