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Bagattelle (postmoderne) per un massacro

Quando è un genitore a uccidere un figlio, il più delle volte si tratta di un gesto di infinita pietà; non sono rari, infatti, i casi di padri o madri che hanno commesso il fatale gesto, non potendo più sopportare la vista del proprio figlio perduto a causa di una lunga malattia o di una strada irrimediabilmente sbagliata. Diviene allora così assordante, la pena di quella non vita, da cedere il passo alla morte. Sono episodi, questi, in cui si può solo cercare di comprendere e ancora di compatire le umane e indecifrabili sorti, ma lo scenario cambia radicalmente quando sono i figli ad ammazzare i genitori: spesso il delitto avviene per motivi futili e quasi sempre riferiti a bieche questioni economiche. 

Il caso della diciassettenne, che lo scorso 25 maggio in provincia di Reggio Calabria ha freddato la madre con un colpo alla nuca, fa eccezione: la ragazza avrebbe ucciso unicamente perché le era stato proibito l’uso dello smartphone e del PC, sui quali trascorreva la maggior parte del tempo. Una motivazione del genere, più che futile è abbietta. 

Pochi giorni fa, per ordine del Tribunale minorile di Reggio Calabria, la protagonista è stata arrestata e le opinioni sul caso hanno visto i media nazionali divisi in due fazioni opposte, ma tutto sommato complementari: da una parte, sono stati colpevolizzati i social network e l’omicida, dall’altra si è tentato in qualche modo di giustificare gli stessi.

È un fatto abbastanza conclamato che i suddetti social network vengono utilizzati quotidianamente, e a sproposito pressoché da tutti, certamente non solo dagli adolescenti; gli unici che sembrano resistere all’insinuante seduzione del virtuale sono anche gli ultimi eletti di un cocciutissimo baluardo, durato millenni: gli oziosi, i più incuranti della modernità e delle sue bagattelle. Che Dio li preservi. Altrettanto chiare, poi, sembrano essere certe responsabilità della giovane calabrese, che dovrà fare i conti non soltanto con la giustizia penale, ma anche e soprattutto con la vita, che imperterrita aspetta sempre al varco. In favore della ragazza, tuttavia, sono scese in campo parecchie personalità: da Antonio Marziale, presidente  dell’Osservatorio sui diritti dei minori alle varie Bignardi e maestrine affini; tutti costoro, armati di matita rossa, si sono precipitati a sottolineare come alcuni mali – o forse, a questo punto, è il caso di annoverarli tutti, inclusa l’influenza stagionale – una volta trascurati, possano divenire terribilmente oscuri. Persino tra i giovanissimi.   

Al di là delle posizioni di chi lascerebbe marcire in galera un minore come un qualsiasi delinquente fatto e finito e di chi pare più interessato a contemplare la presunta legittimità nell’uccidere la propria madre, in tutta questa vicenda si accusa una grande assente: la famiglia. Ed è qui e nient’altro che qui, il nocciolo della questione: il ruolo, sempre più relativo e manchevole, dei genitori rispetto alla crescita della prole.

Fateci caso, quando andate al ristorante, a quelle numerose e variegate coppie di genitori in compagnia di bimbi piccoli che, per non essere disturbati dagli svaghi e dagli schiamazzi infantili, prontamente li “immortalano” di fronte a un tablet – tutto sommato, c’è quel cartone che a loro piace tanto – per l’intera serata. Sulla stessa scia, ancora, quanta televisione, mediamente, deve sorbirsi un bambino dai tre anni in poi, mentre la mamma cucina, stira o parla al cellulare? O quando il papà è troppo stanco per andare a sgualcirsi con lui nel prato o raccontare una sua favola di vita vissuta? Intanto i giorni, i mesi e gli anni passano, senza che quel bambino possa mai trovare corrispondenza – a un suo dialogo fitto e maldestro – in tutte le chiassose voci che escono dallo schermo, o possa sporcarsi e scucirsi i calzoni lungo le ripide discese di un altrove virtuale, oppure tentare la fuga dai suoi “guardiani” per agguantare un bel gatto grigio o inseguire un’avventura dietro l’angolo, con tanto di spavento e di gioia nel cuore. 

Certamente, ai genitori odierni manca il tempo per dedicarsi come si deve ai propri figli: colpa della precaria situazione economica, senz’altro, ma la novità assoluta è che spesso manca loro la voglia di seguirli passo passo e di condividerne le curiosità, ma anche la voglia di punire all’occorrenza, senza se e senza ma, quei benedetti figli tanto desiderati. Costa troppa fatica, la prole, più di quanto avrebbero potuto immaginare, e allora perché, con l’ausilio dei mezzi correnti, non delegare a dei surrogati – senz’altro pedagogicamente istruttivi e già ampiamente testati in America – l’impegno di essere genitori? Perché non potere sostituire l’assenza di stupore e, diciamolo pure, di responsabilità con dei “ripieghi” che, oltre tutto, un giorno torneranno sicuramente utili, almeno sul lavoro? 

I bambini, si sa, prima o poi crescono, si fanno adolescenti, ma sembra proprio che le cose, anziché mutare, continuino nel loro perenne andazzo: i genitori, rousseauiani dell’ultima ora, affidano l’impegno di cui non si sono fatti carico alla scuola, alla palestra e agli innumerevoli corsi a disposizione, che a loro volta delegano tale onere ad altre istituzioni o passatempi. 

Pare, dunque, che tutti abbiano cura della “giovane monade” per procura e così viene meno ogni forma di relazione tanto personale e autentica da poter essere davvero a misura d’uomo. Ecco la fatalità del massacro avvenuto, laddove una figlia qualsiasi uccide la propria madre – vigliaccheria delle vigliaccherie – nel sonno, probabilmente per evitare anche l’ultimo dei confronti, lo scontro, e per tornare subito dopo a chattare con gli amici immaginari, a fidanzarsi con l’utente di turno e a farsi i selfie sul nuovo colore di capelli, azzurro come il cielo. 

Anche se però, e per fortuna, non si dovesse arrivare più a una tale criminosa aberrazione, non ci si dovrà comunque stupire di coloro che, ormai adulti compiuti, lasceranno i propri vecchi all’ospizio: quei figli restituiranno la stessa eredità morale e la stessa cura che non hanno mai ricevuto.

Si racconta che Patrizia Crivellaro, la madre uccisa con un colpo secco alla tempia, stanca di vedere la figlia perennemente al computer e, allo stesso tempo, con in mano lo smartphone, le avesse d’un tratto vietato di utilizzarli. Non è questo, in effetti, un grave divieto, anzi, in tempi non troppo remoti i genitori, per colpire sul vivo i figli – e non era mai un affare semplice – proibivano loro per settimane, e in certi casi persino per mesi, di uscire e di avere frequentazioni con il mondo esterno, quello reale però. C’è di vero che, nei suddetti tempi, i ragazzi non avevano ancora il vezzo di usare il lanciafiamme sui parenti, non si suicidavano e non denunciavano l’accaduto alle autorità competenti; semplicemente sottostavano o, al massimo, ideavano creativi stratagemmi di fuga imparati – una volta e per sempre – quel giorno in cui avevano cercato di agguantare il bel gatto grigio o di inseguire una certa rapinosa avventura. Niente di più, niente di meno. Intorno a loro, poi, oltre a una poco espletabile punizione, restavano i genitori, che mai e poi mai si sarebbero sognati di abbandonare a un’anonima indolenza gli scapestrati protagonisti: meglio per loro sarebbe stato lavorare sodo, studiare di buona lena o aiutare comunque in casa. Personalmente ho provato tutte e tre le cose contemporaneamente. Non c’era mai molto tempo, neppure allora, ma c’era ancora la voglia di tirare su i figli.

Il dramma avvenuto in Calabria non è dovuto al fatto che una madre abbia negato alla figlia i social network, ma all’esatto contrario, che le abbia cioè permesso di utilizzarli fino all’abuso, fino a che quella figlia, più che vivere, è rimasta “immortalata” in un like di pochi istanti. Tolto quell’unico aggancio, non le sono restate che le bagattelle. Per un massacro.

Fiorenza Licitra

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