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Economia e finanze: una legge piuttosto instabile

La Legge di Stabilità non convince. I dubbi e le critiche non sono soltanto quelli espressi dagli uffici tecnici delle Camere ma sono venuti anche dalla Corte dei Conti, dalla Banca d'Italia e dalla Bce. La prima obiezione è quella sulla copertura. Non è chiaro dove verranno prese le risorse necessarie per coprire i tagli fiscali. Gli impegni di spesa per il 2016 saranno infatti finanziati con risorse temporanee. Il che conferma la tendenza, molto italiana, a rimandare sempre e comunque le decisioni vere e di sostanza e ad operare giochetti contabili, grazie ai quali determinate spese vengono rinviate all'esercizio successivo. 

Il tutto per restare all'interno delle clausole imposte dal Patto di Stabilità e non incorrere negli strali della Commissione europea. La cosa in sé è sorprendente, perché a gestire la cassa statale è ora uno come Padoan che, quando stava all'Ocse, non mancava di rampognare i Paesi europei poco “virtuosi”, Italia in testa, perché non tagliavano la spesa pubblica e non riducevano il debito e il disavanzo. 

Scarsi, secondo i vari organismi internazionali, saranno i benefici derivanti dall'annunciato taglio della tassa sulla prima casa, una misura “berlusconiana” che Renzi ha voluto a tutti i costi, sia per rafforzare la propria immagine di leader del cosiddetto Partito della Nazione, che come tale punta ai voti centristi, e a quelli del ceto medio, sia per trarne benefici alle prossime scadenze elettorali. Il taglio, hanno osservato i critici, non solo creerà ulteriori problemi alle finanze dei Comuni ma non avrà nemmeno effetti sulla domanda interna e sui consumi perché le famiglie utilizzeranno i risparmi ottenuti per coprire altre voci di spesa, come i debiti pregressi. Di conseguenza, se pure offrirà respiro alle famiglie, la misura non contribuirà a quella crescita economica che è ancora lontana da venire. 

In questa fase il governo è impegnato in una trattativa da mercato delle vacche con Bruxelles. Si punta ad ottenere, nell'ambito del Patto di Stabilità, una deroga dello 0,3% (pari a 5 miliardi di euro) sul disavanzo in cambio della realizzazione di “riforme strutturali” non meglio indicate, sulle quali la Commissione europea dovrebbe pronunciarsi entro la fine del mese. Da parte sua, la Bce si è detta scettica sulla richiesta di Renzi-Padoan, osservando che sono poche e limitate, per non dire che non ci sono, le riforme strutturali in grado di avere impatti positivi sul bilancio pubblico nel breve termine. 

Resta il fatto che la deroga in questione è parte integrante della Legge di Stabilità che si propone di essere espansiva, cioè di innescare il meccanismo di una crescita economica. Essa quindi serve a Renzi soprattutto per continuare a difendere il proprio ruolo di unico politico in grado di rilanciare l'Italia. Ma l'ex sindaco, come i suoi predecessori, non può giocare più di tanto con i numeri. E oltretutto, i risparmi di 6-7 miliardi ottenuti come interessi sui titoli pubblici non sono merito del governo ma del generale calo dei tassi innescato dal Quantitative Easing della Bce. 

La spending review, la revisione della spesa, secondo i dati presentati da Padoan, avrebbe permesso di ridurre il debito pubblico per la prima volta dopo otto anni. In realtà siamo sempre al livello delle speranze future. A fine anno, il rapporto debito-Pil dovrebbe infatti toccare il 132,85% (in aumento dello 0,5%) ma già alla fine del 2016 saremo al 131,4%. Poi una marcia trionfale con il 127,9% del 2017 e, squilli di tromba, andremo sotto il 120% nel 2019. Il futuro è roseo, assicurano da Palazzo Chigi. È aumentato il Pil, sono aumentati i consumi e, grazie al Jobs Act, anche l'occupazione. E poi, non è vero, ha protestato il duo Renzi-Padoan, che siano stati tagliati i fondi alla Sanità. Ma gli esperti replicano che è proprio quanto è successo finora e che tali tagli spingeranno le Regioni ad aumentare le aliquote Irpef. Tanto è vero che il governo si è visto costretto a mettere 500 milioni di euro aggiuntivi sul tavolo della trattativa con le Regioni. 

Il governo insomma taglia da una parte e aggiunge dall'altra. Come testimoniano i cambi di strategia sulle cosiddette “clausole di salvaguardia”, come l'aumento dell'Iva e delle accise. 

Si vive alla giornata, senza poter tagliare la spesa pubblica laddove essa comporta un voto di scambio e sperando che una ripresa internazionale ci dia una mano. Permane un'incertezza diffusa che non aiuta l'Italia a risollevarsi ma che anzi è lo specchio del suo declino. 

Filippo Ghira

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