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No, non siamo tutti uguali

Il mio articolo del 13 dicembre scorso “Cari bancari, ma non vi fate schifo?” (qui) ha suscitato un certo interesse. Ed evidentemente parecchia irritazione (in più di qualcuno). E più di qualche commento. Si va dal lapidario “Che cavolate che scrivi, grosse cavolate…” a qualche commento più lungo e, in qualche caso, in filo più articolato.

È superfluo rispondere a tutti. Ad alcuni è inutile farlo. Ad altri proprio impossibile, tipo quello che ho appena citato: non si può farlo al di sotto di un livello minimo di eventuale contro-argomentazione proposta.

Ad altri commenti, invece, è opportuno replicare, anche perché hanno il pregio di sollevare una questione che si snoda sotto traccia nella nostra società, che ne è uno specchio, e che però ha bisogno di essere rigettata con sdegno.

Dunque, io ho omesso, nel mio articolo, di precisare una cosa - che credevo invece fosse sottintesa in modo piuttosto intuibile - e che forse ha scatenato le ire di qualcuno. Suppongo soprattutto di qualcuno che risiede nella categoria del lavoratore tipo, il bancario, di cui mi occupavo nell’articoletto. L’omissione riguarderebbe la precisazione che il bancario che si deve vergognare, secondo il ragionamento fatto, è evidentemente quello che opera nella vendita di prodotti rischiosi a persone che in modo manifesto non capiscono un accidente di ciò che stanno comperando sulla fiducia dell’addetto della banca. E non, dunque, di tutti i “bancari” in senso lato. È un po’ avvilente dover fare questa precisazione, eppure pare che ce ne sia bisogno. E allora: non tutti i bancari sono uguali, non tutti si comportano allo stesso modo, e dunque quelli che secondo me “si dovrebbero fare schifo” sono quelli che si sono comportati in modo scorretto vendendo i prodotti pericolosi a persone che non erano in grado di capire che li stavano acquistando (firma del MifiD o meno poco importa). Lo stesso governo (sic) pare voglia fare chiarezza su questo aspetto e risarcire persone evidentemente raggirate nel caso di Banca Etruria.

Che di bancari di questo tipo ce ne siano stati e ce ne siano non è invece in discussione. E che dovrebbero vergognarsi, per aver truffato delle persone, è ovviamente una mia opinione. Che ribadisco ancora una volta.

Chiarito questo possiamo andare oltre, ovvero ai commenti che invece qualcosa la esprimono e che secondo me meritano una replica. Essi sono di una generale e generica doppia natura.

La prima si può racchiudere nel “tengo famiglia”. Su Facebook leggo:

I bancari, la maggior parte, sono dipendenti che se non vendono prodotti (come qualsiasi dipendente) vanno a casa e non danno una ceppa da mangiare ai propri figli, a loro non entra un euro in tasca nel ragirare una vecchia e hanno la stessa responsabilità morale di un benzinaio che ti vende la benzina che inquinerà la tua aria o di un dipendente dell Ilva per l emissione di veleno della sua azienda. Potranno sicuramente far leva sull'avidità delle persone (e io personalmente mi farei delle domande se qualcuno mi propone un affar che rende il 25% quando tutti gli altri danno il2-3 e dispari) ma non è una loro scelta e non li rende più colpevoli di qualsiasi altro dipendente.” 

Lo riporto fedelmente (errori inclusi) per non alterare proprio nulla di quello che ho letto. E di commenti simili ce ne sono altri. Il criterio generale che li anima è che per lavorare, per sfamare la famiglia, essi si comporterebbero né più né meno che come altri dipendenti. Anzi, come sottolinea alla fine “di qualsiasi altro dipendente”. A questo punto, secondo logica, pur di vivere, o di guadagnare, e pur di sfamare una famiglia, qualsiasi comportamento sarebbe accettabile. Letteralmente: “un bancario che raggira una vecchia ha la stessa responsabilità morale di un benzinaio che vende benzina”. Il che invece, secondo il mio modo di vedere, non è affatto. 

Che oggi si viva in una giungla, che oggi per vivere ci abbiano messo di fatto in competizione uno con l’altro, è fuori discussione. Che questo però debba tradursi sul passare senza battere ciglio da un lavoro onesto e che non reca danni altrui a un lavoro che invece ha nella propria natura l’oggetto della truffa è un altro paio di maniche. Altrimenti dovremmo dichiarare che ogni cosa è lecita, anche un furto in appartamento. Il che, da queste parti almeno, è cosa che rifiuto in ogni ordine e grado (ma ognuno naturalmente può pensarla come vuole, e mi rendo conto, sì, che sono in tanti a pensarla diversamente).

La seconda natura dei commenti ricevuti è invece più interessante, in quanto più pericolosa. Perché rivela un modo di pensare molto più collettivo di quanto non sembri.

Il criterio generale di questi ultimi è che mestieri di questo tipo, che cioè recano danni alla collettività oltre che al singolo malcapitato, siano in realtà moltissimi, se non tutti, e che dunque non sia possibile fare dei distinguo.

Ve ne riporto uno, di questi commenti (sempre senza alterare una sola virgola), suggerendo a tutti di concentrasi soprattutto sull’ultima affermazione in esso contenuta.

 Eccolo:

 “a voi agricoltori che usate i pesticidi e ci fate ammalare, a voi allevatori che dopate e trattate come merce i vostri animali, a voi mercanti che vendete sole o prodotti marci, a voi industriali e dipendenti di industrie che sapete quanto state inquinando e conoscete l'obsolescenza programmata dei vostri prodotti, a voi operatori dei call center di ogni tipo che chiamate per vendere master farlocchi o altre ciarlatanate, a voi giornalisti che sapete la verità ma per motivi di carriera non la dite, a voi opinionisti che state sempre dalla parte del più forte, a voi poliziotti, a voi forze dell'ordine tutte e non ho bisogno nemmeno di spiegare il perchè, a voi medici con lo studio privato che mangiate dell'ingolfamento della sanità pubblica da voi stessi creato e non pagate mai le tasse, a voi idraulici, liberi professionisti tutti che non sapete nemmeno cosa sia la fattura e ci ricattate con la scusa della 50 euro in meno, a voi imprenditori che dichiarate 0 e ai voistri figli che si fregano le borse di studio a cui altri avrebbero diritto, a chi sfrutta la disoccupazione per dare stipendi da fame e chi fa la guerra dei poveri.

Insomma per chiarire l'inutilità di questo articolo che chiede purezza ad un mondo marcio abitato da gente marcia.”

Il criterio, in questo caso, è che ogni lavoro porti con sé una dose di compromesso e di dolo, se non proprio di reato. E dunque che prendersela con una categoria solamente sia profondamente sbagliato. Soprattutto, qui un altro punto chiave, che è impossibile chiedere purezza in un mondo marcio.

Grosso errore, e doppio per giunta. Intanto perché non è affatto vero che ogni lavoro contenga compromessi e dolo nella stessa misura, e che dunque sia da considerare allo stesso modo. Poi perché accettare senza nessuna ostilità che questo mondo sia marcio, e che dunque non sia proprio possibile andare a cercare, anche con il lumicino, un po’ di purezza, equivale a dichiarare del tutto chiusa ogni possibilità di cambiamento. Equivale a dichiarare chiusa la Storia. Ed equivale a sprofondare nella rassegnazione che è l’anticamera della disperazione.

Beninteso, dal punto di vista psichico il discorso è molto semplice (e non è nostra opinione): i più, pur avendo almeno una percezione di fare un mestiere che in qualche modo reca danni, che magari fa a stracci l’etica e la morale, e che comporta il commettere dei reati, ha buon gioco, con quel filo di coscienza privata che gli rimane, nell’auto convincersi che siccome così è per tutti gli altri, allora almeno non si è più colpevoli di altri. È il tipico comportamento auto-assolutorio del “così fan tutti”. Senonché le cose stanno, nella realtà, diversamente.

Intanto perché non è affatto vero che tutti gli altri e tutti gli altri mestieri contengano dolo e reato. In secondo luogo perché se anche così fosse, esiste comunque una scala di valori e di disvalori, un cosmo di riferimento (vogliamo dire semplicisticamente una graduatoria?) personale quanto si vuole ma che è in grado in ogni caso di isolare delle differenze. Di dare giudizi differenti.

Ecco, è esattamente in questo, nella capacità di isolare e identificare le differenze che si situa una delle nature più umane dell’uomo. Se ogni cosa è uguale vuol dire che tutto ha lo stesso valore, che tutto si può mettere sullo stesso piano. E che è inutile discernere.

Vuol dire sostenere che un bancario che rifila truffe finanziarie a una anziana signora di ottanta anni è uguale a un trafficante di uomini tra la Libia e l’Italia, e che lo stesso ha la medesima responsabilità di un benzinaio che contribuisce all’inquinamento atmosferico vendendo carburanti (per rimanere a un esempio fatto) e che quest’ultimo, insieme a tutti gli altri, sia uguale a un infermiere che maltratta una anziano in un ospizio lontano dagli occhi dei parenti (assenti). E che tutti questi siano uguali a un mafioso che scioglie nell’acido un bambino. Che a sua volta è uguale a un chirurgo che opera in uno scenario di guerra.

Un ragionamento assurdo. Auto-accomodante quanto si vuole, per auto-giustificare (eventualmente) il proprio mestiere, ma assurdo. Illogico. Sbagliato. 

E pericoloso. Perché esclude una possibilità che è invece perfettamente reale. E che è l’unica da tenere bene a mente, invece, se si ha anche la sola minima intenzione di incidere nella Storia (personale e collettiva): quella di poter condurre una vita più onesta, di poter fare un lavoro più onesto. Di poter essere - attenzione: ho scritto essere, non “pensare di essere” - differente dagli altri. Insomma di poter scegliere.

Ora, sono esattamente queste differenze che identificano ognuno di noi. Sono esattamente queste che isolano e rendono manifesta la nostra personale natura. E, in ultima analisi, non ci provate: checché ne diciate queste differenze esistono. E un Uomo può essere molto diverso da un altro uomo.

Certo, forse oggi si può ambire a una imperfetta salvezza. E a non di più. È difficilissimo tendere al bianco assoluto, ma ciò non significa dover comportarsi come il nero. Così come, nella scala dei grigi che vi sono da un estremo all’altro, c’è una bella differenza tra un bianco leggermente adombrato e un grigio scuro come quello di un campo di battaglia.

E allora, da ultimo, proprio per evitare di rimanere sui massimi sistemi, mettiamoci in un appartamento di vetro. E misuriamoci. Lo faccio io per primo, qui, di fronte a tutti. E vi chiedo espressamente: giudicate voi stessi il mestiere che faccio e come io lo faccio. Giudicatemi senza pietà. Mi espongo qui al giudizio di tutti.  

Ditemi voi di quale tonalità di grigio sono. Se sono uguale a tutti gli altri o meno. Se sono più o meno distante, in termini etici e morali e tangibili, dal bancario truffatore che ho indicato nel mio articolo. O da uno scafista. 

Valerio Lo Monaco

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