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Fed: denaro più caro negli Usa

È finita negli Stati Uniti la politica della Federal Reserve a tassi zero. Per ora. La Banca centrale non offrirà più denaro gratis alle banche sue azioniste. I tassi di interesse, fermi dal 16 dicembre 2008 in una fascia tra lo 0 e lo 0,25%, sono stati infatti portati in una fascia tra lo 0,25 e lo 0,50%. Janet Yellen ha fatto sapere che nel 2016 ci potrebbero essere altri aumenti “graduali”. Gli esperti prevedono almeno altri quattro interventi con un più 1% complessivo. 

La mossa della Fed era attesa ed è stata motivata dalla ripresa dell'economia, dalle previsioni positive del Prodotto interno lordo per il 2016, (+2,4%) e dal miglioramento del mercato del lavoro. Quest'anno il Pil crescerà del 2% e quindi per la Yellen il rialzo è “appropriato”. È stata posta fine ad un periodo da lei definito “eccezionale”. Un periodo di quasi otto anni nel quale, a seguito della crisi finanziaria originata dalle speculazioni delle banche, l'economia Usa ha faticato per uscire da una situazione drammatica pari a quella innescata dal crollo di Wall Street nel 1929. Una fase che ha visto il Tesoro intervenire per salvare banche e assicurazioni, facendo volare alle stelle il già enorme debito pubblico Usa. 

La politica del denaro facile, iniziata da Alan Greenspan (1987-2006) e continuata dal suo successore Ben Bernanke (2006-2014), ha garantito denaro a tassi irrisori alle banche che li avevano usati per i loro raid in borsa. Una politica che, nonostante tutti i danni provocati dalla speculazione, è continuata anche nell'ultimo periodo di reggenza di Bernanke ed anche con la Yellen a conferma che negli Usa è il mondo finanziario a dettare le danze. 

Gli Usa non sono più in recessione, ha sottolineato la Yellen, e questo, oltre che dai dati macroeconomici, è dimostrato dall'inflazione che ha raggiunto un livello del 2% considerato fisiologico dalla Fed come dalla Bce per permettere alle imprese di non collassare. Ed anche la ripresa del mercato del lavoro sarebbe incoraggiante. Un dato da prendere con le pinze considerata la grande mobilità e flessibilità che caratterizza gli Usa e che non coincide necessariamente con la creazione di posti di lavoro fissi e stabili. 

La Yellen ha precisato che restano dei rischi e che essi sono legati al rallentamento dei Paesi “emergenti” e anche della Cina che non corre più come dovrebbe e in misura tale da offrire respiro alle imprese Usa con la propria richiesta di beni. Un punto che non preoccupa più di tanto Washington in quanto è noto che la forza dell'economia Usa è basata soprattutto sulla domanda interna. Peraltro, l'aumento dei tassi e il conseguente rafforzamento del dollaro, avranno effetti negativi per le esportazioni rendendo più care le merci americane e al contrario favoriranno le esportazioni europee. Ma ci saranno riflessi anche all'interno degli Usa aumentando i tassi sui mutui immobiliari (sui quali si innescò la crisi del 2007) e sui titoli del Tesoro. 

A spingere alla cautela la Yellen è anche il calo del prezzo del petrolio che non è rappresenta mai un buon segno in quanto implica che l'economia globale non è in ripresa perché i Paesi industrializzati non richiedono maggiori forniture di energia. La mossa della Yellen si muove in ogni caso in funzione di una maggiore stabilità finanziaria. Di fronte a rendimenti così bassi come quelli offerti dai fund della Fed, gli investitori sono stati spinti a ricercare rendimenti più alti ma in prodotti finanziari a maggior rischio. Le stesse banche hanno utilizzato i soldi a tasso zero per continuare a speculare e riempendo i propri portafogli di titoli potenzialmente tossici. In tal modo, i mercati finanziari sono tornati alla stessa situazione potenzialmente esplosiva del 2007. 

È significativo, o meglio è inquietante  che mentre la Fed imbocca tutta un'altra strada, la Bce dell'ex Goldman Sachs, Mario Draghi, si ostini nel continuare a pompare liquidità nel sistema sia con l'acquisto di titoli pubblici (il “quantitative easing”) sia con la fornitura di prestiti alle banche a tassi di interesse zero, senza che l'economia europea offra segnali di una ripresa reale, in quanto quei soldi continuano a muoversi all'interno del circuito finanziario.

Filippo Ghira

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