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L'usura. E poi la finanza islamica

Le recenti disavventure bancarie hanno stimolato riflessioni sulla cattiva gestione della finanza o su questioni di dettaglio invero insignificanti come gli scandaletti veri o presunti della famiglia Boschi o come le falle nei meccanismi di controllo della Banca d’Italia. Nessuno nei media di regime osa riandare alla radice per rimettere in discussione i princìpi su cui si basa tutto il sistema del credito in Occidente, un sistema che è pura e semplice usura.

Le grandi religioni monoteiste, fin troppo vilipese nella modernità che di usura prospera, convergono nella condanna senza appello del prestito a interesse.

La Bibbia, in quella parte che i cristiani chiamano Antico Testamento e che delinea la fede giudaica, è inequivocabile nel suo giudizio. Solo il lavoro umano produce ricchezza. Il denaro che genera denaro è artificio diabolico. Pertanto fra ebrei è prescritto di non pretendere interessi sui prestiti. Questa operazione è consentita solo nei confronti dei gentili, dei non ebrei.  Cosa questa che è stata storicamente una delle cause più potenti dell’avversione generalizzata verso le comunità ebraiche sparse in Europa e nel bacino del Mediterraneo e dell’accusa agli ebrei di far valere il principio del “popolo eletto” nei confronti di popolazioni disprezzate in quanto escluse dal favore divino.

Le Chiese cristiane, segnatamente quella cattolica e quella ortodossa, finché sono state una cosa seria hanno mantenuto fermo il principio che condanna la pratica usuraia, intendendo con questo termine qualunque prestito gravato da interesse. 

A partire dal tardo medioevo, la diffusione delle transazioni attraverso la mediazione del denaro e di un sistema bancario nato nell’Italia precapitalista dei Comuni e delle Repubbliche marinare ha finito col far cadere nei fatti le preclusioni religiose. 

La tacita accettazione del prestito gravato da interesse da parte della Chiesa cattolica è stato forse il primo grande cedimento a quella modernità che ha svuotato di contenuto la religione cristiana fino a farne quella povera cosa che papa Francesco si illude di rivitalizzare.  La Chiesa oggi conta nel mondo proprio solo come potenza finanziaria, esattamente ciò che i sacri testi definiscono operazione demoniaca. 

L’unica fra le religioni monoteiste che mantiene viva la proibizione dell’usura, che deve valere verso tutti e non solo verso i correligionari che si qualificano per distinzione etnica, come nel giudaismo, è l’islam. Quell’islam di cui tanto si parla e si sparla, quasi sempre in modo improprio sia da parte degli apologeti sia da parte dei detrattori.

La finanza islamica meriterebbe maggiore attenzione, proprio per le sollecitazioni di un’attualità che mette in evidenza tutte le storture del nostro sistema bancario.

La proibizione del prestito gravato da interessi viene osservata nel mondo islamico attraverso pratiche da cui avremmo molto da imparare, se le studiassimo con un’accuratezza e con strumenti critici che vadano ben oltre queste rapide riflessioni sui princìpi generali.

Nell’islam la banca che concede un capitale per consentire a imprenditori di avviare un’attività, diventa co-proprietaria, condividendo i profitti ma anche i rischi dell’impresa. La banca pertanto si rivarrà dei soldi concessi incassando parte dei profitti fino all’estinzione del debito, con una maggiorazione che costituirà la remunerazione lecita di tutto l’investimento. Una remunerazione che sarà pur sempre ricavata dal profitto dell’impresa e non da interessi prefissati all’atto della firma del contratto. Se non ci sarà profitto non ci sarà nemmeno remunerazione.

Nel caso del mutuo concesso a chi voglia comprarsi una casa o un appartamento o un terreno, la banca, anche in questo caso co-proprietaria, pretende la riscossione di un affitto fino all’estinzione del debito, con un sovrappiù che sarà pur sempre legato a un contratto d’affitto, o a una rendita catastale, non a un interesse sul capitale prestato.

Ai clienti che depositano denaro in libretti o conti correnti, o investono in altre operazioni, la finanza islamica concede un interesse che non superi il tasso di inflazione, trattenendo una somma modesta come compenso del servizio prestato. Quel denaro è depositato perché sia custodito e protetto dall’inflazione, non per altro. 

In questo modo viene rispettato il principio aureo secondo cui la ricchezza viene solo dal lavoro. Qualunque speculazione sul denaro è esplicitamente proibita. Eventuali e purtroppo probabili trasgressioni sono imputabili a manovre che aggirano la proibizione, non a incoerenza nell’elaborazione teorica. 

Dall’islam ci sarebbe tanto da imparare e tanto su cui riflettere. 

Le barbe e i coltellacci dei macellai di carne umana sono immagini più appariscenti ma anche meno rappresentative di una realtà molto più complessa. 

Luciano Fuschini   

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