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Poca inflazione dai soldi della Bce

La Banca centrale europea continuerà ad acquistare titoli di Stato ai quali si aggiungeranno quelli emessi dagli enti locali. Mario Draghi ha difeso il ”Quantitative Easing” sostenendo che il meccanismo, operativo da un anno, funziona, come dimostrerebbero i dati della crescita economica nell'Eurozona che, secondo le ultime stime, nel 2015 dovrebbe registrare un più 1,5%. L'Italia, da parte sua, arranca sconsolatamente con un auspicato 0,8% che sarebbe già grasso che cola

Il QE, ha stabilito il direttivo della Bce, verrà così prorogato fino al marzo del 2017. Allo stesso tempo continuerà la politica dei bassi tassi di interesse (attualmente quello di riferimento è allo 0,05%) per invogliare le banche a chiedere soldi alla stessa Bce per poi girarli, sotto forma di prestiti, all'economia reale, quindi alle famiglie e alle imprese. Allo stesso tempo la Bce ha aumentato dallo 0,2% negativo allo 0,3% il tasso di interesse sui depositi che le banche detengono all'istituto di Francoforte. Il principio dichiarato è quello che i soldi devono girare per finanziare l'economia e farla crescere, ma il compiacimento di Draghi è contenuto a causa dei dati dell'inflazione che resta ancora troppo bassa. 

Quello che rappresenta un aiuto non indifferente per i cittadini che avvertono quasi immutato il proprio potere d'acquisto, è al contrario un vero disastro per le imprese che vedono drasticamente ridotti in termini reali i propri risultati di esercizio, rischiando di non rientrare dei costi degli investimenti sostenuti in passato. L'obiettivo della Bce è così quello di riportare l'inflazione ad un livello considerato fisiologico del 2% annuo. Le stime della stessa Bce sul 2016 parlano di un 1%, ma quest’anno siamo ancora fermi al misero 0,1%, ovvero un misero decimale sopra la soglia tecnica della deflazione. Troppo poco per un Draghi che non manca mai di ricordare che uno dei suoi doveri istituzionali sta proprio nel tenere sotto controllo la dinamica dell'inflazione. 

Così l'ex governatore di Bankitalia ha concluso che tutti i soldi spesi per comprare titoli di Stato e per finanziare le banche sono stati sicuramente necessari e indispensabili ma che sono ancora insufficienti. Perciò si continuerà con il Quantitative Easing fino a marzo 2017 sperando che il meccanismo si rimetta in moto. 

La decisione di Draghi ha deluso gli operatori delle borse europee, quindi le stesse banche, che si aspettavano un prolungamento del QE fino a settembre 2017 e un innalzamento ad 80 miliardi di euro mensili del valore dei titoli acquistati, attualmente fissato a 60 miliardi. Da qui un generale ribasso dei listini con Milano che ha perso il 2,5%. 

Una delusione che è stata manifestata anche dal presidente della Federal Reseve Usa, Janet Yellen, che ha sostenuto che «il mercato si aspettava certe azioni da parte della Bce che non si sono materializzate». Se si pensa che la Federal Reserve è impegnata da anni nello stesso tipo di interventi della Bce (con la differenza non da poco che le banche Usa sono anche le azioniste della Fed), è facile arguire il perché della delusione di oltre Atlantico. Tranquilli comunque. Sull'ex vice presidente europeo di Goldman Sachs si può fare sempre affidamento per un ripensamento

Gli operatori, le banche, hanno fatto girare la voce che la delusione è stata originata dall'aumento del tasso negativo sui depositi che si stimava allo 0,35% ma è evidente che si tratta di un'autentica barzelletta per parlare d'altro. I soldi regalati sono sempre bene accetti. La verità è che le banche europee sono gonfie di denaro, eppure l'economia non riparte. Oltretutto, acquistando titoli di Stato, la Bce si è dimostrata non solo amica degli Stati spendaccioni, comprimendo ad un livello del tutto slegato dall'economia reale la dinamica dello spread tra i bund tedeschi decennali e gli altri titoli, ma ha soprattutto assicurato una situazione di generale bonaccia sui tassi di interesse che dovrebbe, il condizionale è d'obbligo, invogliare le imprese a chiedere soldi per investirli. Da parte sua la Bce, ha insistito Draghi, è «pronta a usare ogni strumento a disposizione per sostenere la ripresa». Una ripresa che, per l'istituto centrale, deve accompagnarsi all'inflazione. Ma è su tale questione che è notte fonda. A sostenere la bassa inflazione sono una molteplicità di elementi che interagiscono e che spesso sono la causa uno dell'altro. E che sono tutti in linea con i dettami classici dell'economia. Il primo è il generale basso livello della crescita economica mondiale, penalizzato dal rallentamento dell'economia cinese che si sperava non dovesse mai smettere di crescere a tassi annuali dell'8-10. Il secondo è il calo della domanda globale e quindi della domanda di petrolio e di gas che ha avuto ripercussioni non indifferenti sulla situazione interna di Paesi in crescita come la Russia e il Brasile. Il terzo è il calo del costo del lavoro e più in generale delle retribuzioni, causato sia dal progresso tecnologico che dalla massiccia diffusione del modello made in Usa all'insegna del precariato e della flessibilità. Il quarto elemento sembra invece andare in controtendenza. L'enorme quantità di moneta messa in campo dalla Bce avrebbe dovuto provocare un livello più elevato di inflazione come conseguenza di un deciso aumento della domanda interna nell'Eurozona. Invece niente di tutto questo. Se ne deve concludere che tutti quei soldi sono rimasti parcheggiati nel sistema finanziario consentendo in primo luogo alle banche, pur riducendo gli utili, di rimettersi dalle enormi perdite del più recente passato e che sono state alla base della crisi finanziaria del 2007-2008. Salvo poi ricominciare a speculare come prima. Da un recente analisi di mercato è infatti emerso che le 30 più grandi banche mondiali, quelle considerate troppo grandi per fallire, tra le quali anche alcune europee, detengono attività complessive per una valore di quasi 60 mila miliardi di dollari e tra queste attività i derivati abbondano. A questo quindi servono i soldi di Draghi. Tutto molto chiaro.

Filippo Ghira

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