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L'onda lunga (e forse anomala) delle primavere arabe

Sta ingiustamente passando praticamente sotto silenzio quello che succede in Egitto. Il governo golpista del generale Al-Sisi ha fatto condannare a morte centinaia di Fratelli Musulmani, mentre quasi alla chetichella faceva liberare Mubarak e la cerchia dei suoi più stretti collaboratori, compresi i figli, cacciati a furor di popolo nella famosa primavera araba del 2011. 

In questi giorni si è arrivati all’estremo di una condanna all’ergastolo per più di 200 manifestanti, anche laici, fra coloro che riempirono le piazze in quelle giornate di passione e di speranze ora deluse. Una repressione così feroce non poteva essere completamente taciuta né dalle autorità americane né dalla ministra degli esteri europea, la nostra Mogherini, che hanno definito la sentenza “non equa”. Che reazione indignata! Possiamo immaginare la costernazione dei militari al potere…

Il ritorno dell’Egitto al punto di partenza, cioè al governo di Mubarak senza Mubarak, sembra dare ragione a chi fin dall’inizio non credette alla forza eversiva delle primavere arabe, interpretandole piuttosto come un moto provocato dall’esterno e abilmente strumentalizzato per dare una riverniciatura a regimi ormai insostenibili, rimpiazzandoli comunque con altri docilmente sottomessi agli interessi occidentali. Intanto il sommovimento con la sua onda lunga avrebbe investito anche la Libia di Gheddafi e la Siria di Assad, a tutto vantaggio dell’Impero e di Israele.

Non condividemmo fino in fondo quell’analisi che veniva dalla quasi generalità dello schieramento degli alternativi, per usare un termine che significa tutto e niente. Interpretare uno scoppio di rabbia e di passione popolare che ha portato in piazza milioni di persone durante lunghe settimane di scontri duri e sanguinosi come niente altro che lo scenario di pedine eterodirette, significava non comprendere che quando si mobilitano in modo tanto coinvolgente milioni di persone, col loro carico di frustrazioni e di illusioni, si mettono in moto dinamiche dagli esiti imprevedibili. Che tutto fosse nato dal discorso tenuto da Obama al Cairo all’indomani del suo primo insediamento alla Casa Bianca, era molto probabile. Quello che non risultava realistico era pensare che tutto potesse essere governato e guidato dall’esterno verso uno sbocco predeterminato. Le cose non funzionano in questo modo così lineare. Il cammino della storia segue sentieri più tortuosi.

I fatti lo stanno dimostrando. Se in Tunisia e in Egitto l’evoluzione è stata quella desiderata dai burattinai, qualcosa non ha funzionato in Libia. Il linciaggio di Gheddafi non ha consegnato all’Occidente una Libia docile e pacificata. La Libia senza Gheddafi è diventata un problema serio. I calcoli sulla Siria sono stati vanificati o comunque complicati dall’imprevista resistenza dell’esercito di Assad, sostenuto efficacemente dall’Iran, dagli hezbollah libanesi, dalle armi e dagli istruttori russi, dal sostegno politico di Russia e Cina. L’apparizione del Califfato, o meglio il suo prorompere clamoroso sulla scena del mondo, sarà stata favorita e utilizzata da chi intendeva spingere i tagliagole barbuti contro Damasco per poi puntare su Teheran, ma anche quella dinamica si è rivelata più complessa di quanto i burattinai prevedessero. Ora il Califfato sfuggito al controllo diventa un problema per i suoi sponsor, che sono poi i referenti dell’Impero in quell’area: Turchia, Arabia Saudita, Qatar. 

Assad e ayatollah iraniani non solo non sono stati travolti dall’ondata del Califfato, ma addirittura ne stanno traendo giovamento. 

Altro teatro sfuggito al controllo dei burattinai è il fascinoso Yemen dell’Oriente più caro all’esotismo estetizzante: la vittoriosa offensiva armata degli sciiti complica la vita dei sauditi e di conseguenza degli USA. A ben guardare anche in Egitto le cose sono andate in modo tutt’altro che lineare. La caduta di Mubarak portò al governo non i giovani occidentalizzanti ma i Fratelli Musulmani. Gli USA intrattennero buoni rapporti anche con loro, che erano però osteggiati dai sauditi, da sempre in conflitto con la Fratellanza. Ecco il motivo per il quale Obama ha dovuto fare buon viso al colpo di stato di Al-Sisi, premessa di un’instabilità pericolosa anche per quel Paese chiave negli equilibri dell’area, con i Fratelli Musulmani attratti dalla lotta armata e il Sinai in fiamme. Pertanto non è affatto vero che il cerchio si è chiuso e tutto è tornato come prima. La storia non conosce cerchi che si chiudono perfettamente bensì soltanto spirali che sembrano ripercorrere le stesse strade ma sempre con scarti significativi che aprono vie diverse. 

Le primavere arabe, avendo proiettato linee di forza largamente impreviste, confermano che la storia non è il luogo nel quale potenze occulte regolano a loro piacimento la scacchiera muovendo le pedine con fili invisibili. Quei poteri occulti esistono e si credono burattinai onnipotenti, mentre sono spesso apprendisti stregoni incapaci di contenere le forze che hanno scatenato. 

La considerazione vale anche per l’Ucraina. Non è comunque confortante avere scoperto i punti deboli dei poteri occulti. I disastri degli apprendisti stregoni significano guerra. Quando l’Austria-Ungheria lanciò l’ultimatum alla Serbia, pensava che tutto finisse lì, invece fu il tritacarne della Grande Guerra. Quando Hitler ordinò l’invasione della Polonia, pensava che Francia e Gran Bretagna non avrebbero reagito, e furono 50 milioni di morti. Ora c’è chi ha pensato di poter incanalare a proprio piacimento le primavere arabe e il malcontento ucraino. Intanto tutto il vicino Oriente, dalla Libia alla Siria, è in fiamme, la guerra riappare nel cuore dell’Europa, è in atto una guerra commerciale e finanziaria e Putin ha ordinato la mobilitazione dei riservisti.

Luciano Fuschini  

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