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Putin e i cavalli di Troika (Ucraina: punto della situazione)

La vittoria di Tsipras in Grecia ha suscitato solo una moderata soddisfazione di facciata, specie da parte delle finte sinistre “figlie di Troika” che vedono con imbarazzo l’ipotesi che una politica alternativa a quella dell’asservimento alla grande finanza sia possibile e che si possa essere veramente di “sinistra”. Anzi di più: che si possa andare oltre la contrapposizione ormai obsoleta destra-sinistra, individuando finalmente il vero comune nemico, con buona pace dei ventenni iscritti all’ANPI che, invece, non riescono ad andare oltre la retorica veteroresistenziale e che preferiscono combattere, senza rischi e in tutta comodità, un nemico sconfitto e che, anzi, ormai non esiste neppure più.  

Anche i talebani “no Euro”, però, hanno espresso scetticismo nel vedere Tsipras che andava a trattare con la Troika, dimenticando, nel loro massimalismo, che la politica è l’arte del possibile: dategli tempo prima di stroncarlo senza appello, magari avete ragione, ma aspettiamo un pochetto, suvvia.

Tsipras, infatti, ha risposto, già nel breve periodo, e con grande coraggio, ai diktat BCE/FMI/UE, anzi l’ha fatto in maniera così ferma, e fuori dagli schemi del pensiero unico dominante, che ha scandalizzato, tanto per usare un termine caro a Massimo Fini, le suorine de Il Fatto che lo hanno immediatamente, ed istericamente, etichettato come il cavallo di Troia di Putin. Certo, Putin non è un santo: è un cinico leader di una nazione potente che vuole, giustamente, restare sovrana ed i cui interessi egli persegue senza timore alcuno. Insomma, Putin fa quello che i leader di ogni nazione dovrebbero fare: gli interessi del proprio paese e non di una potenza straniera o, peggio, dei potentati economici che la manovrano da dietro le quinte.

Gli interessi della Grecia, messa alle strette dalla tracotanza della Troika, non sono, ovviamente, né quelli di Putin né quelli di Obama (anche se meglio sarebbe dire Soros), ma possono essere almeno in parte coincidenti con quelli russi: le sanzioni volute da Washington contro Mosca, per non aver supinamente accettato il golpe ucraino, vanno, infatti, non solo contro gli interessi greci, ma contro quelli degli europei tutti.

Inutile ritornare sui danni devastanti causati ai cittadini europei dal blocco del gasdotto South Stream, ma questo va citato perché adesso è la Grecia, dopo gli accordi Russo-Turchi sul gas – e parliamo di nazioni storicamente nemiche mortali sin da quando erano imperi - ad essere lo Stato su cui potrebbe, dovrebbe, passare il gasdotto per l’Europa del Sud. Una infrastruttura di potenziale frattura nella UE che andrebbe a tutto vantaggio del potere contrattuale dei miserabili Stati Membri meridionali. Tsipras ha, quindi, dopo gli schiaffi della Troika, bloccato, pur senza porre veti, ulteriori sanzioni contro la Russia, così da incassare un pronto invito di Putin a Mosca, dove potrà valutare quale sarebbe il prezzo da pagare per gli eventuali aiuti di Mosca a sostegno di un paese in lotta contro la Troika. 

Sì, “prezzo da pagare”, perché tutto ha un prezzo, ed anche Putin dovrà pagare la sua parte per l’ipotetico appoggio greco: è solo Washington che pretende di incassare senza spendere, o che, al limite, spende i soldi degli altri, come per le sanzioni contro la Russia. 

Dopo l’asta, che è stata bandita per la Grecia, però, difficilmente si potrà finire come in Ucraina, dove,  dopo la vittoria russa, sono stata cambiate le regole del gioco e scatenata un’insurrezione: nessuno potrà credere di greci in piazza contro Tsipras a favore della troika, nessun media mainstream riuscirà mai a farla bere ad alcuno, almeno stavolta, speriamo.

Il timore del veto greco esplicito sulle sanzioni, che avrebbe reso palese la spaccatura all’interno della UE, ha avuto il merito di smuovere qualcosa: Francia e Germania hanno riaperto, e senza consultare previamente gli USA, i canali diplomatici con il satana russo per il raggiungimento di una soluzione diplomatica. Soprattutto, però, l’alzata di testa ellenica ha fatto rialzare la testa anche ad altri dei “piccoli” paesi UE che sono maggiormente danneggiati dalle sanzioni o che temono conflitti vicino ai loro confini: parliamo di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, che ben hanno capito cosa sta accadendo in Ucraina e, nonostante siano le nazioni che maggiormente abbiano sofferto dalla dominazione sovietica, non osteggiano Putin, anzi. 

L’ambasciatore russo a Roma, Sergej Razov, si è poi potuto permettere di arrivare a dichiarare che c’è molto malcontento negli ambienti politici e soprattutto imprenditoriali italiani per le sanzioni, che, dopo aver colpito i settori alimentare e del lusso, trainanti per il nostro export di nazione in ginocchio, adesso colpirà anche i macchinari stranieri negli appalti pubblici russi: sembra quasi che gli USA abbiano deciso di far del male soprattutto a noi, che si sia i prossimi della lista Soros/Troika? Il nostro Renzi, però, tace, ma non altrettanto fa, lasciandoci sempre più isolati nel fronte meridionale europeo,  il Ministro dell’Economia spagnolo, Luis de Guindos, il quale denuncia che: le sanzioni imposte dall'UE alla Russia per la crisi ucraina sono costate ai ventotto Paesi Ue già 21 miliardi di euro di esportazioni, mentre quasi nulla agli USA, i quali così contano di prendere due piccioni con una fava, colpendo sia all’economia russa che quella europea.

Meno bene è andata, però, agli USA nel tentativo di piazzarci, in sostituzione dell’energia che viene dal freddo, il suo gas di scisto ed il petrolio di sabbie bituminose, il cui sfruttamento è oltremodo devastante per l’ambiente: il loro costo di estrazione non sta reggendo al tracollo del prezzo del barile voluto dai sauditi, mentre per i russi si è trattato solo, si fa per dire, di una diminuzione del margine di guadagno sulle esportazioni energetiche.

Tsipras è stato, inoltre, accusato, sempre dalle suorine di cui sopra, ma non solo, di rompere così l’unità europea: ma perché l’unità europea deve per forza esplicitarsi nella supina accettazione della volontà atlantista e dei figli di Troika? Non potrebbe invece essere raggiunta sulla linea Tsipras, che, fra l’altro, marginale dettaglio, coincide con gli interessi economici degli Stati che compongono l’Unione? Inoltre, anche se qualcuno non sembra farci più caso: l’UE non è il braccio politico della NATO. Non sono pochi, infatti, gli stati neutrali presenti nell’Unione, la cui espansione ad est è stata vista come parallela a quella della NATO, ecco, in questo caso, l’UE è stata cavallo di Troia e non solo di Troika.

Una espansione - tanto per mettere i puntini sulle “i” di “chi è l’aggressore?” - ad est della NATO che è andata, e va, contro ogni accordo preso con l’URSS mentre questa si stava sfaldando, ma che probabilmente non si sarebbe disciolta così facilmente se non vi fossero state esplicite promesse di non “espansione/aggressione”. La NATO, una organizzazione che avrebbe dovuto cessare di esistere una volta finita la “minaccia sovietica” e che, invece,  è diventata lo strumento espansionistico degli interessi imperialistici e unipolari statunitensi, cessando così di essere una alleanza meramente difensiva ed andando a spargere guerre qua e là nel mondo. Inoltre le forze armate europee hanno assunto un ruolo simile a quello degli auxilia delle legioni romane, obbligati a combattere per Roma poiché appartenenti a paesi sottomessi,  e  non alleati se non di mera forma, proprio come noi. 

Il paragone Roma – USA, tuttavia, finisce qui: altro fu l’imperialismo romano, che, almeno, non fallì nell’esportare civiltà, e, poi, se c’è un aquila che può dirsi erede di quella romana non è quella calva, ma quella bicipite della “Terza Roma”, cioè Mosca, ma non è qui il luogo per approfondire il mito della terza Roma.

Qualcosa, comunque, forse, si sta muovendo nell’UE: gli Stati, al contrario degli eurocrati, stanno forse prendendo atto della realtà, intesa come danno geopolitico ed economico: cioè di quanto sia devastante per l’Europa questo intignare statunitense in Ucraina, dopo il fallimento nel raggiungere gli obiettivi desiderati del golpe ucraino. Golpe che, visti gli elevatissimi costi di sponsorizzazione sostenuti da Stati Uniti ed altri poteri forti, non dà profitto alcuno senza il controllo sull’est del paese e/o l’accerchiamento delle basi russe in Crimea. 

Non raccontiamocela più, poi, con la retorica dei ragazzi di Maidan, certo ci sono stati, molti hanno combattuto e sognato, anzi: ce ne vorrebbero anche da noi, soprattutto da noi,  di ragazzi così, solo che se ci provassero, a mettere in atto azioni simili a quelle kievane, a Roma, Berlino o a Washington, queste verrebbero represse, soprattutto a Washington, in maniera tale da far risultare il “boia” Ianucovich una scolaretta. Non che non avremmo motivi per scatenare rivolte di quell’ampiezza, in fondo là fu per la corruzione del regime che si mosse la piazza e noi come corruzione non siamo secondi a nessuno, inoltre là vi erano un parlamento ed  un presidente, marci sì, se vogliamo, ma eletti democraticamente e secondo costituzione, noi abbiamo un Parlamento di nominati eletto con legge incostituzionale, che ha nominato, a sua volta, Presidenti di Repubblica e Consiglio che hanno per traslato il medesimo vizio di fondo. 

Quindi, riprendiamo: non meniamocela con Maidan e i suoi martiri, i più, peraltro, freddati da cecchini bipartisan che sparavano indifferentemente su Berkut e insorti, perché un movimento di popolo così “puro” non passa da Ianucovich a Poroschenko e Yatseniuk senza colpo ferire. Ad esser generosi, e conceder loro la piena buona fede, son stati manovrati a loro insaputa: utili idioti insomma, come si diceva ai tempi sovietici e per continuar ad usar eufemismi. Le prove del fallimento della Maidan del popolo sono più incontrovertibili del ridicolo show dei passaporti del cioccolataio di Kiev: tre ministri del governo ucraino sono degli stranieri selezionati dalle agenzie di cacciatori di teste di un certo Soros, c’è da aggiungere altro o ancora vogliamo credere a “gli eroi son tutti giovani e belli” della vulgata mainstream?

Torniamo al rischio di sfaldamento del fronte degli ascari europei, che, colpiti duramente dalle sanzioni USA, si sono permessi di andare al tavolo negoziale senza il permesso di Washington e così stanno portando l’amministrazione Obama alla fibrillazione e i repubblicani all’isteria. Il golpe neoarancione “antimaidan”,  chiamiamolo così per far capire alle suorine neurocarenti, era stato organizzato con gran dispendio di dollari per una espansione ad est che permettesse ad alcuni gruppi di interesse di entrare in possesso della struttura industriale e delle risorse minerarie del Donbass e zone limitrofe: quello che ha in mano alla finanza adesso non è abbastanza da giustificare l’investimento si tratta solo un ossicino da rosicchiare, di una cravattina da stringere, di sangue da cavare da una rapa messa peggio, molto peggio, della Grecia.

Di fronte a questo Washington, dopo aver tuonato che non è la Russia che può cambiare i confini d’Europa, forse sottintendendo che solo loro possono, vedi Yugoslavia, ha scatenato il bellicosissimo Nobel per la Pace, che ha immediatamente onorato quel riconoscimento minacciando di armare l’esercito di Kiev: ormai siamo oltre l’apprendista stregone, il rischio guerra è tale che anche il nostro Gentiloni si è svegliato ed ha osato dissociarsi dichiarando che mai armeremo l’Ucraina.

Se si deve, quindi, prendere atto che il fronte NATO comincia a disunirsi, dopo che sono stati lanciati strazianti appelli all’unità di azione, ma solo quando si pretendeva un’azione di tipo  militare, questa è divenuta non più necessaria, anzi fastidiosa, visto che gli auxilia si dimostrano così riottosi a “scatenare l’inferno”: quindi il Segretario Generale NATO, Jens Stoltenberg, ha dichiarato che gli Stati dell’organizzazione hanno piena autonomia nel decidere se armare l’Ucraina o meno. Tradotto in “francese”: gli USA faranno come cazzo pare a loro, piaccia o no a quei miserabili degli stati clientes europei, al punto che ormai non si parla solo di armamenti, ma anche di un invio di 5000 militari, ufficialmente in veste di istruttori…

Più guerrafondai degli USA e di McCain ci sono, però, i polacchi che in un momento di crisi così delicato, per il loro revanscismo verso tutti i loro vicini – il che ci dà una chiave per scoprire perché tutti i vicini li odiano - hanno deciso di creare una brigata mista polacco-lituano-ucraino: un ritorno ai sogni del loro imperialismo dei tempi che fu e che svanì come Germania, Austria-Ungheria e Russia decisero di averne abbastanza di certi scocciatori fra i piedi. Un fatto, questo della brigata, che è stato ignorato dai media, ma che è di estrema gravità: una unità militare mista di paesi NATO e non NATO? Se questa dovesse essere coinvolto in azioni belliche? Dovremmo morire forse per le mire di Varsavia su Leopoli? Perché fra i non detti sull’Ucraina c’è anche il desiderio, non così ben celato, dei polacchi di riprendersi quel pezzo di Ucraina che gli fu sottratto, anzi che fu liberato, dai russi sovietici. 

Tutto questo accade mentre un conciliante, sì, ma orgogliosamente conciliante, Lavrov si dice pronto a riprendere il dialogo come la Nato sarà pronta a farlo, visto che è un po’ confusa nella sua azione in ordine sempre più sparso e che, come tutti gli indecisi, si mostra più aggressiva di quanto si possa permettere. La risposta a questa disponibilità e arrivata da Mc Cain, il senatore USA trombato da Obama e che ora si fa fotografare con la gente dell’ISIS, sempre più in campagna elettorale per le primarie USA: che ha accusato la Merkel di “indifferenza” e chiesto, reiteratamente, un intervento armato esplicito da parte di un’amministrazione Obama, sempre più sotto pressione. Così che di fronte a queste tracotanti minacce fate proprie dalla Casa Bianca, Mosca si è trovata costretta a dichiarare che se le armi statunitensi arriveranno in Ucraina vi sarà un’escalation nel conflitto, un’escalation di cui, naturalmente, sarà colpevole lei e non chi ha gettato benzina, armi e munizioni sul fuoco. 

Una buona notizia arriverebbe, però, da un foreign fighter italiano reduce del battaglione Azov: egli sosterrebbe che se truppe straniere della NATO entreranno in Ucraina i suoi camerati spareranno anche su di loro. La notizia va presa con beneficio di inventario e non ha conferme affidabili, ma se lo faranno ecco che quello sarà il momento in cui quelli dell’Azov diventeranno, improvvisamente, fascisti per tutti e non solo per Giulietto Chiesa. Se così sarà, invece, i volontari irregolari dell’Azov dimostreranno, con buona pace dello stesso Chiesa, che i peggiori in Ucraina non sono loro, no i nazifà: battere ancora sul tamburo fasci/antifà va bene solo per raccogliere il consenso dei partigiani ventenni dell’Anpi, anzi forse neppure il loro, ma intorbida la verità e distoglie da chi è il vero nemico sceso in campo contro il mondo in Ucraina. Meglio, quindi, apprendere la lezione Tsipras di superamento della contrapposizione destra sinistra: parliamo meno dei fasci dell’Azov e più dei ministri scelti da Soros, e degli oligarchi ucraini, e dei ricatti della Troika, e delle interferenze USA, son tutta roba infinitamente peggiore del nostalgismo banderiano

Ma se la propaganda filorussa che batte sul tamburo antifà mostra i suoi limiti, c’è chi è proprio alla frutta: i media USA, prontamente ripresi, ma senza troppa enfasi, da noi, hanno riportato che, secondo l’analisi di non meglio identificati esperti del Pentagono: Putin soffrirebbe di una forma di autismo. Non occorre aggiungere altro, non sanno più a cosa attaccarsi, ormai non basta più riportare nei sottopancia le notizie dei bombardamenti su ospedali e asili, omettendo artatamente che le granate erano state sparate dall’artiglieria dell’esercito governativo, quello che con grave gaffe, più un lapsus freudiano però vien da dire, la CNN ha definito, in un suo servizio, “pro US troops”: così l’esercito di Kiev deve esser propagandato negli USA e in “Occidente”, magari, però, non in maniera così esplicita, qualcuno potrebbe accorgersi del condizionamento.

Qualche falla però si sta aprendo anche nell’informazione ufficiale, non a caso in Germania, dove il Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung ha sbugiardato la recente dichiarazione di Monaco di Petro Poroshenko: «Il prezzo pagato dall'esercito ucraino per la difesa della propria terra dagli aggressori (sic) è finora di 1.432 vittime. Da Aprile (2014) migliaia di persone, 5.638, sono state uccise, e il numero dei civili aumenta di giorno in giorno». Citando una fonte dell’intelligence nazionale, per il quotidiano tedesco, invece: «I servizi segreti tedeschi ritengono che il probabile numero di morti fra combattenti e civili ucraini sia almeno di 50.000 persone. Questa stima è almeno 10 volte più alta dei dati ufficiali. Le stime ufficiali sono chiaramente troppo basse e non credibili». Solo dalle parti del villaggio di Debaltsevo nel Donbass, ad esempio, si ritiene che circa 8.000 soldati ucraini siano circondati: la situazione disastrata in cui versa l’esercito di Kiev è tale che le cifre delle perdite fornite dal governo difficilmente può essere rispondente alla realtà e ciò comincia a filtrare attraverso le maglie dei servizi dei paesi che non vorrebbero vedersi coinvolti in un guerra di Troika.  

In questo sforzo per la pace, o per smarcarsi dai bellicismi USA, c’è una notazione che fa ben sperare: Germania e Francia sono partite per il loro tour diplomatico russo-ucraino tenendo fuori la Mogherini, tagliando fuori, cioè, il ministero degli esteri della Troika, che fu invece ben presente durante insurrezione e golpe, anche se il ministro all’epoca, nella persona della Ashton, spiccò giusto per l’intercettazione in cui emergeva che i cecchini che sparavano sulla folla erano gestiti dai golpisti e per l’essersi beccata il mitico “Fuck the EU” della Nuland.

Andiamo a chiudere con colui con cui avevamo aperto, il cavallo di Troia di Putin, che, però, potrebbe rivelarsi molto di più di un cavallo: addirittura un porto sicuro per il nuovo Czar di tutte le Russie. Un porto sicuro e, magari, con annesso aeroporto, tipo quello che il Presidente cipriota Nicos Anastasiades starebbe offrendo alla squadra navale russa del Mediterraneo. 

Si vocifera (parliamo di stampa inglese, mica de Il Giornale o di Libero) di un accordo che sarà firmato il 25 febbraio prossimo venturo dove si concederà ai russi una base navale ed una aeronavale non lontana da quelle inglesi ancora presenti a Cipro: non è un caso che i depositi bancari ciprioti, prevalentemente a capitale russo, subirono un prelievo forzoso ad opera dei soliti figli di Troika. La notizia ha spiazzato molti lettori e “fini” osservatori, ma non certo sorpreso i nostri lettori più affezionati, essi erano già stati illo tempore edotti che nelle intenzioni russe c’era di avere basi, oltre che a Tartus, in Montenegro, a Cipro, appunto, e in Grecia.

Grecia che è un paese NATO, e qui sarebbe lo scandalo, ma è un paese che la NATO ha bistrattato ed umiliato, specie quando vi fu la crisi di Cipro, preferendo agli accordi di alleanza i buoni rapporti con la Turchia, che ancora occupa in parte territori che ora dovrebbero essere, almeno stando a un paio di risoluzioni ONU, dell’Unione Europea, la quale, invece, preferisce occuparsi del Donbass, che, invece, non è terra sua, per quanto la brami. 

Supporto logistico navale, questa potrebbe essere un buona contropartita per ottenere aiuto economico dalla Russia Putin. Sarebbe un atto di profonda destabilizzazione ed anche di riaffermazione di sovranità, anche se passerebbe attraverso al cessione di una base, che nel caso greco, però, a quanto si sa, non sarebbe permanente, ma solo logistica: quindi non in contrasto con una delle promesse elettorali di Tsipras, che vede fra le peggiori accuse che gli vengono mosse quella di essere così ottuso e anacronistico da voler mantenere le promesse fatte ai suoi elettori, ohibò.

Fra le promesse del leader greco vi è, infatti: "Chiudere tutte le basi straniere in Grecia e uscire dalla Nato", ma una base come quella chiesta dai russi non rientra nella tipologia di quelle che, ci auguriamo, Tsipras riuscirà a chiudere. Il folle però pretenderebbe di andare oltre con il suo demodé non voler tradire l’elettore: infatti al punto 37 è previsto il “ritiro delle truppe greche dall'Afghanistan e dai Balcani: nessun soldato fuori dalle frontiere della Grecia". Normale che Renzi e i suoi accoliti atlantisti non lo vedano di buon occhio, anzi gli diano contro come possono: un modello da imitare c’è ed è possibile, quindi inaccettabile nei salotti degli scout scudocrociati della nuova sinistra cachemire.

In linea con i nuovi gasdotti meridionali russi vi è, poi, la volontà programmatica di normalizzare i rapporti con la Turchia: Punto 39: "Negoziare un accordo stabile con la Turchia", che Putin abbia scommesso su Tsipras quando ha aperto l’opzione Turca in sostituzione del South Stream? Magari la Grecia potrebbe finanziare la sua tratta con il debito di guerra che i tedeschi non hanno ancora pagato, ma si sa che per la Merkel è solo il debito degli altri che non può essere azzerato, tuttavia va notato che il “culone” si è mosso con sospetta celerità non appena sono trapelate voci sul fatto che anche i russi stavano ricalcolando i danni di guerra subiti fra i 41 e il 45.

Insomma, il cavallo di Troia di Putin si sta dimostrando un cavallo di razza, almeno per come sta giocando sullo scacchiere geopolitico, approfittando di una situazione di estrema delicatezza e pericolo. Solo una cosa potrebbe essergli esiziale: il punto 38 del suo programma che recita "Abolire gli accordi di cooperazione militare con Israele. Appoggiare la creazione di uno Stato palestinese nelle frontiere del 1967" e si sa che è un attimo, per i media addestrati, trasformare il legittimo antisionismo in inaccettabile antisemitismo, pietra tombale per chiunque e non solo in senso figurato.

Ferdinando Menconi

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