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Paradigma Sanremo: se una boiata piace…

Tranquilli: mica vogliamo concentrarci sul Festival in quanto tale. Mica siamo matti. Dalle canzoni in gara al resto del baraccone allestito da Rai Uno è stato tutto, e per l’ennesima volta, di una banalità/mediocrità talmente generalizzata da rendere superfluo ogni ulteriore commento. A parte, forse, domandarsi quale deserto culturale abbiano in testa quelli che apprezzano questa abbuffata, annuale, di immondizia in pompa magna.

Il punto è un altro. Il punto è l’uso mediatico, e manipolativo, che è stato fatto di quest’ultima edizione. Prendendo lo spunto dagli ascolti massicci che si sono registrati fin dalla prima serata e sottolineando che questa impennata è giunta proprio in coincidenza dell’abbandono di qualsiasi velleità di affinamento, rispetto alla natura intrinsecamente ottusa, e pacchiana, della kermesse. Non che i passati tentativi di nobilitare l’intruglio avessero mai sortito nulla di risolutivo, trattandosi della classica “missione impossibile” (non è che puoi trasformare l’acqua delle pozzanghere nel nettare degli dei, solo perché ci aggiungi tre o quattro gocce di Brunello), ma stavolta la scelta deliberata, deliberatissima, è stata quella di tornare il più possibile all’impostazione tradizionale. Che consiste appunto nell’apoteosi del nulla. Nella santificazione del kitsch. Nell’ammannire pietanze da quattro soldi come se fossero manicaretti prelibati. Nello sciorinare, enfatizzandoli, i peggiori luoghi comuni della comunicazione di massa, stesi come una glassa dolciastra che dovrebbe rendere appetitosi, seducenti, irresistibili, i modelli socio-economici dominanti.

Per esempio: le star(s) internazionali. L’obiettivo non è portarle sul palco dell’Ariston per poterci parlare davvero e quindi conoscerle meglio, sempre ammesso che ne valga la pena. L’obiettivo è esibirle alla stregua di un acquisto, anzi di un affitto, costoso e appariscente. A essere piazzato sotto i riflettori non è tanto quel particolare individuo che ha avuto successo, ma il successo in quanto tale. La sua “incarnazione”, che trascende le caratteristiche di quella specifica persona – che a ben vedere ne è solo l’interprete, relativamente occasionale – e che perciò non ha bisogno di nessun autentico approfondimento. L’essenza del cosiddetto evento coincide con la presenza del superospite. La gratificazione si incentra, e si esaurisce, nel fatto che sia lì in carne e ossa. Che per qualche minuto, remunerato a cifre da capogiro, sia sceso dall’Olimpo della Fama Planetaria e sia venuto tra i comuni mortali della periferica Italia.  

Il messaggio, dunque, è nel segno di uno dei più tipici e insidiosi circoli viziosi della contemporaneità, succube di matrici economiche ancor più di quanto non sia manifesto: ciò che determina il valore di qualcosa, o di qualcuno, è la quantità di consenso che riesce a ottenere, quali che ne siano i motivi. Come dice il proverbio, che in questo caso non è affatto una perla di saggezza, «non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace». Come direbbero i responsabili del marketing, «se si vende va bene, e il resto sono chiacchiere».  

Come ha detto Matteo Renzi al Tg1, poco prima che iniziasse la puntata conclusiva di sabato, «Vedrò il Festival di Sanremo? Certo, come hanno fatto tutti gli italiani, a giudicare dai dati di ascolto». Ed eccola qua, l’altra maxi fregnaccia. “Tutti gli italiani” di cui ciancia il presidente del Consiglio ammontano in effetti a poco più di dieci milioni, che sono sì la maggior parte dell’audience televisiva ma che di sicuro non possono essere equiparati alla generalità della popolazione. Un travisamento che ricalca quello delle elezioni: prima si degrada la qualità dell’offerta a livelli infimi, inducendo i non omologati a chiamarsi fuori, poi si restringono i conteggi, e le valutazioni, a quelli che invece si rispecchiano nel “menù della casa”.

Ancora Matteo Renzi: «Voglio fare i complimenti e mandare un abbraccio a Carlo Conti per come ha condotto questa edizione».

L’impresario di governo si rallegra con il capocomico che ha riempito le piazze. Ma in realtà si sta rallegrando con sé stesso: la stupidità trionfa, e si può sperare che sia per sempre.

Federico Zamboni

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