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Borderline: Walter Bonatti, un sogno a vasta quota

Non sarà ovviamente possibile a tutti andare a Milano, al Palazzo della Regione a vedere i paesaggi immortalati in fotografia da Bonatti nel corso dei suoi viaggi; la mostra, intitolata “Fotografia dei grandi spazi”, rappresenta anche un’occasione per ripensare all’uomo che fu Walter Bonatti: un alpinista, un esploratore, un reporter e uno scrittore d’eccezione, sì, ma prima ancora un acerrimo sognatore.

Fu infatti lui, con quel suo certo sorriso franco e irriverente, a dire: «L’uomo deve sognare, per salvarsi». A ripensarci, allora, fa un certo effetto coniugare il senso del dovere con la più sfrontata delle libertà, quella del sogno; sembrerebbe una contraddizione in termini, invece, a conti fatti, è un vero e proprio monito di “speciale salvezza”.

Bonatti, tanta visione, l’ha vissuta fin dagli esordi, quando ancora ragazzino venne iniziato all’avventura da London, Hemingway, Defoe e Melville; fu grazie a quel tipo di letteratura rigorosa e idealista che il ragazzo seppe scorgere nelle coste farinose del Po – su cui andava volentieri a imbrattarsi – un deserto da esplorare e nelle boscaglie limitrofe grandi e fitte foreste da varcare, mentre nelle catene delle Prealpi ammirava semplicemente il “tetto del mondo”. 

Proprio dalla Bassa, il luogo del Nord Italia piatto per eccellenza, ebbe inizio l’ascesa che l’avrebbe portato, diciannovenne, a tentare le cime lombarde, scuola di altitudine sotto i piedi. Imparava le linee ruvide di una scalata, Bonatti, e nel mentre, durante la settimana, lavorava presso la Falck nella prospettiva di diventare contabile, il che era esattamente il contrario del suo apprendistato in odore di neve e di libertà. 

A quell’incrocio dell’esistenza, in cui ognuno deve scegliere se fare un mestiere qualsiasi oppure quello di vivere secondo un modo proprio, lui azzardò la sua scommessa: lasciare il posto fisso per dedicarsi, anima e corpo, alle vette più bianche. 

Negli anni a venire, dimostrò pienamente di avere vinto la partita, divenendo il migliore alpinista d’Italia e pure del mondo, ma pagò a caro prezzo il trionfo: sulle Alpi occidentali, attaccando il pilone centrale del Freney, perse diversi amici, alcuni dei quali – per ironia della sorte – durante il ritorno, ormai a brevissima distanza dalla valle; fu tradito sul K2 dai propri compagni (la vicenda verrà chiarita solo cinquant’anni dopo) e, come affermò lui stesso, in seguito a quell’episodio, perse la fede nei suoi simili. Un sacrificio durissimo, per il cuore di un uomo pulito. 

Fu ancora il sogno ardito, a consentirgli di andare avanti, sempre più in alto, per andare a caccia dell’inedito; da quella tremenda esperienza, infatti, apprese l’uso della solitudine per mettere definitivamente a fuoco la profonda lealtà che correva tra lui e la Natura. Comprese presto che l’essere soli non dà scampo ad alibi e sotterfugi e che non è certamente possibile barare con la bellezza e l’imperturbabilità delle sommità rocciose: quando queste mettono paura, lo si sente sottopelle e quando il dubbio di non farcela prende il sopravvento, occorre seguire l’istinto come fosse un dovere implacabile. Ecco, allora, che per Bonatti venne il ritorno “all’animalità”, a quella che lui definì “la memoria ancestrale” dell’uomo, che nulla ha a che vedere con la “bestialità” odierna, in cui sono gli istinti più bassi e meschini, e solo quelli, a dominare la natura umana.

Bonatti, però, si concesse anche grandi soddisfazioni: l’ultima sul Cervino, in pieno inverno, attaccando la parete nord che nessuno, prima, aveva mai osato affrontare. Lui vi riuscì nelle peggiori condizioni: sotto un freddo rabbioso e lungo una notte di intemperie. All’arrivo in cima, abbracciò la croce, che è a tutt’oggi lì posizionata, come un affetto caro. Aveva trentacinque anni, all’epoca, e quella fu la sua ultima impresa. Decise di lasciare l’alpinismo, in piena gloria. 

Bonatti abbandonò soltanto la fama di alpinista, non quel suo sogno che gli ribolliva sempre nelle vene: l’avventura, come mezzo e occasione per “essere” fino in fondo. Iniziò così  il mestiere più bello del mondo, quello dell’esploratore in luoghi sperduti, incolti e molto, molto difficili. Ebbe a che fare con gli indigeni e le tribù dei più svariati anfratti del globo terrestre; nell'isola di Sumatra, frequentò gli aborigeni Sakai e godette della compagnia di una certa tigre che appellava galantemente “dama”; nel Klondike, ripercorse in canoa 2.500 chilometri solo per ritrovare i luoghi del suo principe letterario, Jack London, lo scrittore nomade, le cui pagine erano le più belle fotografie; si prese anche la briga di verificare, nella giungla delle Marchesi, l’autenticità dei racconti di Melville, non rimanendone affatto deluso, e di passeggiare nei territori dell’Uganda per ripercorrere il tragitto fatto da Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi e suo prediletto esploratore. 

Fu un’opera d’arte vivente, quel Bonatti lì, ma, al di là delle mete esotiche e rocambolesche, lo fu soprattutto per la signorilità della sua morale, per l’eleganza con cui trattava il Fato e per il candore – rubato forse alle montagne – che riservò a uomini, bestie e terre, da lui vissuti come se fosse sempre stato al cospetto degli Dei.

Non tutti potranno andare a Milano a vedere la mostra fotografica, e solo pochi, pochissimi eletti possono permettersi una vita siffatta, per tutti, però, vale quel monito speciale, da difendere a suon di piccone: «L’uomo deve sognare, per salvarsi».  

Fiorenza Licitra

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